
Il nostro blog riparte con un nuovo approfondimento tematico. La domanda che aprirà alle riflessioni di questo mese è posta da Ludovico Cannazza, seminarista dell’arcidiocesi di Otranto, e riguarda un tema delicato che in questi giorni richiede particolare attenzione per le Chiese di Puglia, la questione del suicidio mediamente assistito.
Questa settimana, a rispondere alla domanda di Ludovico sarà Mons. Sabino Iannuzzi, Vescovo di Castellaneta.

Lo scorso 27 settembre, rivolgendosi ai malati presenti a Lourdes, Papa Leone ha affermato che «è impossibile considerare normale togliere la vita».[1] Di fronte a questa affermazione, come possiamo rispondere alle diverse amministrazioni regionali, da ultima quella della Regione Puglia,[2] che di fronte all’assenza di una legge nazionale si stanno muovendo autonomamente nel definire i tempi e le modalità di accertamento per la possibilità di accedere al suicidio medicalmente assistito?
Alla domanda di Ludovico, risponde Mons. Sabino Iannuzzi, vescovo di Castellaneta, anche a commento dell’esortazione dei Vescovi delle Chiese di Puglia sul fine vita: prima di introdurre procedure, garantiamo il diritto che già esiste.[3]

Tra i vari ruoli di guida, è stato Ministro provinciale (2007-2016), Presidente nazionale della COMPI e Vicario episcopale a Benevento. Nominato Vescovo di Castellaneta da Papa Francesco nel marzo 2022, ha iniziato il suo ministero pastorale nel mese di giugno dello stesso anno.
Ci sono stanze in cui si entra in punta di piedi. Un letto al centro, una finestra socchiusa, il rumore basso di una macchina che conta il respiro. Accanto, quasi sempre, qualcuno che veglia: una moglie, un figlio o una badante diventata ormai di famiglia. In quelle stanze ho imparato che la domanda vera non è quasi mai «fatemi morire». È un’altra: «non lasciatemi solo».
Il 10 e l’11 settembre i Vescovi delle Chiese di Puglia si sono riuniti a Molfetta. Ne è nata un’esortazione comune sul fine vita, che ho sottoscritto insieme ai miei fratelli nell’episcopato. Vorrei riprenderne il cuore con parole mie, perché il tema non riguarda soltanto i legislatori: riguarda il modo in cui una terra decide di trattare i suoi figli più fragili.
Il dibattito si è riacceso per iniziative legislative regionali ed è destinato a coinvolgere nelle prossime settimane anche la Puglia. Ma dietro ogni norma ci sono persone: malati gravi, sofferenze che non si raccontano, famiglie provate dalla solitudine. A loro va anzitutto la nostra vicinanza. Ed è proprio per questo che chiediamo alla politica di non trasformare un tema così delicato in terreno di scontro elettorale o ideologico. La vita e la morte meritano rispetto, competenza e un confronto serio nelle sedi parlamentari proprie. Chi soffre non ha bisogno di essere arruolato in una battaglia, ma ha bisogno di essere curato.
La posizione della Chiesa non è ambigua, in nessuno dei due sensi. Riaffermiamo il valore inviolabile di ogni vita umana, anche quando è fragile, dipendente o prossima alla fine. Per questo non possiamo considerare il “suicidio medicalmente assistito” una risposta adeguata alla sofferenza: non rimuove il dolore, toglie chi lo porta.
Ma custodire la vita non significa prolungarla a ogni costo. La Chiesa ha espresso da tempo, e con chiarezza, il suo rifiuto dell’accanimento terapeutico. Ha riconosciuto la liceità di rinunciare a trattamenti sproporzionati. Ha insegnato che esiste un momento in cui la medicina non deve più inseguire la guarigione, ma servire la persona. Non è una resa: è il riconoscimento di un limite che appartiene alla nostra condizione di creature.
Ma tra l’accanimento e l’anticipazione della morte non c’è il vuoto. C’è uno spazio larghissimo ed è lo spazio decisivo: quello della cura.
Cura è la terapia del dolore, che oggi può fare molto più di quanto la gente sappia. Cura è l’assistenza domiciliare che permette a un malato di restare nella sua casa, tra le sue cose, con i suoi odori. Cura è l’hospice, quando la casa non basta più. Cura è il medico di famiglia che sale le scale anche se nessuno lo ha chiamato. Cura è il volontario che siede in silenzio per un’ora. Cura è la parrocchia che non dimentica il nome di chi non viene più a Messa perché non può più uscire.
Le cure palliative non significano arrendersi. Ricordano, al contrario, che quando non è più possibile guarire è sempre possibile curare, alleviare e accompagnare.
Prima di introdurre nuove procedure sul fine vita, le istituzioni hanno il dovere di garantire concretamente ciò che già oggi dovrebbe essere diritto di tutti: cure palliative, terapia del dolore, assistenza domiciliare, hospiceadeguati, sostegno alle famiglie e a chi assiste. Da anni la legge riconosce l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. Ma un diritto scritto non è ancora una certezza ricevuta: l’assistenza cambia da territorio a territorio, le attese si allungano e il sostegno – purtroppo – arriva tardi o non arriva affatto.
Accanto ai malati ci sono le famiglie. E le famiglie, spesso, sono sole. Penso a chi si alza tre volte per notte da anni. A chi ha lasciato il lavoro. A chi non prende ferie dal giorno della diagnosi. A chi si vergogna di essere stanco. A loro va la mia vicinanza e la mia solidarietà, ma la vicinanza da sola non basta: servono sollievo, sostegno, formazione, ascolto, una rete che non si sfilacci il venerdì sera. Chi cura ha bisogno di essere curato.
La domanda che dovrebbe guidare ogni scelta pubblica è semplice e radicale: abbiamo fatto davvero tutto perché nessuno arrivi a desiderare la morte per la sola ragione di sentirsi solo, abbandonato o di peso?
Perché la dignità di una persona non diminuisce con la malattia o con la dipendenza dagli altri. Non diminuisce quando bisogna farsi lavare, imboccare, girare nel letto. Un bambino appena nato dipende in tutto dagli altri e a nessuno viene in mente che per questo valga meno. È proprio nella cura della fragilità che una società misura la propria umanità: non in ciò che produce, ma in chi non lascia indietro.
Auspico allora che la Puglia scelga con coraggio una “cultura della cura e della prossimità”: capace di custodire la vita senza accanimento e di accompagnare la morte senza anticiparla. E chiedo alle nostre comunità ciò che nessuna legge potrà mai imporre: che nessun malato di questa terra resti senza una visita, senza una mano e senza un nome pronunciato.
Nessuno sia lasciato solo. Nessuno sia considerato un peso. Ogni vita, fino all’ultimo istante, merita cura, rispetto e amore.
[1] https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2026/september/documents/20260927-francia-accueil-notredame.html
[2] https://www.consiglio.puglia.it/c/document_library/get_file?groupId=20124&uuid=b0436354-c1c7-decc-5ee9-7a02dabd94e4
[3] https://www.consiglio.puglia.it/c/document_library/get_file?groupId=20124&uuid=b0436354-c1c7-decc-5ee9-7a02dabd94e4

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