Abitare le ferite. L’attenzione ai poveri come stile ecclesiale

Continua il nostro approfondimento mensile sull’Esortazione apostolica sull’amore verso i poveri Dilexi te di Papa Leone XIV. Questa settimana il contributo è offerto dall’esperienza di Don Lino Modesto, presbitero dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, impegnato come responsabile del servizio pastorale per la carità.

Don Lino Modesto, presbitero dal 1998 per l’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, è parroco della parrocchia San Luca – Bari-Japigia e responsabile della Caritas diocesana. Ha precedentemente ricoperto diversi incarichi, tra cui quello di direttore dell’Ufficio mondo sociale e del lavoro e parroco delle parrocchie del Salvatore e di san Giorgio in Bari-Loseto e di santa Maria di Monteverde in Grumo Appula.

La Dilexi te di Papa Leone XIV ci offre l’opportunità di toccare un nodo decisivo della vita ecclesiale contemporanea: in che modo l’attenzione ai poveri può diventare realmente prassi pastorale concreta, e non soltanto dichiarazione di principio? È una questione che interpella profondamente chi, come me, esercita il ministero a livello sia parrocchiale che caritativo in un territorio segnato da fragilità strutturali. Non si tratta, allora, di unadomanda accademica. È la domanda che emerge ogni mattina, quando si apre la porta di un centro di ascolto.

La povertà contemporanea non è più riconducibile alla sola mancanza di reddito. È fragilità educativa, precarietà abitativa, indebitamento cronico, dipendenza dal gioco d’azzardo, solitudine degli anziani abbandonati, sfruttamento lavorativo, sofferenza psichica non intercettata, marginalità migratoria silenziosa. Nei nostri centri di ascolto incontriamo famiglie che lavorano e tuttavia non riescono a sostenere le spese essenziali; giovani sfiduciati che non intravedono futuro; persone che abitano una povertà relazionale prima ancora che economica. Il rischio permanente è che la pastorale proceda in parallelo rispetto alla vita concreta delle persone, sfiorandone la superficie senza toccare le ferite reali.

La Dilexi te ci richiama, invece, a una conversione dello sguardo. I poveri non possono essere considerati un «settore» della pastorale, né un ambito delegato esclusivamente agli operatori Caritas. Essi sono locus theologicus. Sono presenza che obbliga la comunità cristiana a verificare la propria fedeltà al Vangelo. Una Chiesa che incontra i poveri non compie semplicemente un’opera sociale: incontra Cristo stesso e comprende meglio sé stessa. La cristologia dell’Incarnazione non è solo dogma da proclamare; è paradigma da abitare.

Per questo l’attenzione ai poveri deve diventare criterio ordinario della programmazione pastorale — non appendice emotiva della fede, ma suo centro di gravità. Rischiamo spesso di vivere la carità come aggiunta sentimentale a una pratica religiosa già strutturata, mentre il Vangelo la pone al cuore della credibilità cristiana. Una comunità non è realmente evangelizzata se non è capace di lasciarsi disturbare dalla sofferenza che abita il suo territorio. Questo implica anzitutto un cambiamento culturale profondo: imparare a leggere i segni delle nuove povertà, spesso invisibili. Il lavoratore povero che dorme in auto, il pensionato che rinuncia alle cure, la madre sola nell’angoscia delle bollette, il giovane dipendente dal gioco online, il migrante sfruttato ma silenzioso per paura: tutto questo esige uno sguardo educato alla vicinanza.

In questi anni, come Caritas diocesana di Bari-Bitonto, abbiamo compreso che il primo servizio da offrire non è il pacco viveri, ma l’ascolto. Le persone chiedono certamente aiuto materiale, ma chiedono soprattutto di essere riconosciute, chiamate per nome, considerate degne. La povertà più radicale è spesso quella dell’invisibilità: sentirsi inesistenti agli occhi degli altri. Per questo i centri di ascolto non devono diventare sportelli burocratici, ma spazi relazionali capaci di generare prossimità. Il modello non è l’erogazione di servizi, ma l’incontro tra persone.

La Dilexi te ci provoca anche su un punto ulteriore e più scomodo: la carità non può limitarsi all’assistenza. Una pastorale realmente evangelica deve avere il coraggio della promozione umana e della denuncia profetica. Non possiamo curare le ferite senza interrogarci sulle cause strutturali che le producono. Quando aumentano sfratti, usura, precarietà lavorativa e dipendenze, la comunità cristiana è chiamata a interrogarsi sulle dinamiche economiche e culturali che generano esclusione — non a limitarsi a tamponarne le conseguenze. La testimonianza cristiana, in questo senso, ha inevitabilmente una dimensione pubblica e politica, nel senso più alto del termine. In questa prospettiva, la Caritas non è soltanto un organismo operativo. È una pedagogia ecclesiale. Il suo compito non è sostituirsi alla comunità, ma educarla. Ogni servizio dovrebbe contribuire a far maturare nella Chiesa locale uno stile: meno autoreferenziale, più capace di abitare le periferie esistenziali. Il povero non è destinatario passivo della pastorale; è soggetto che evangelizza la comunità. Sono spesso le persone fragili a insegnarci la resistenza, la dignità, la solidarietà, la speranza — quelle virtù che i ben nutriti faticano a praticare perché non ne hanno ancora bisogno.

C’è poi una dimensione che riguarda direttamente la liturgia e la catechesi. L’attenzione ai poveri diventa prassi concreta solo quando entra stabilmente nel linguaggio ordinario della vita ecclesiale: non confinata alla Giornata mondiale dei poveri o a qualche iniziativa straordinaria, ma capace di attraversare l’omelia domenicale, la formazione dei catechisti, i percorsi familiari, gli itinerari di iniziazione cristiana. I ragazzi devono imparare fin da piccoli che la fede cristiana non è evasione spirituale ma responsabilità storica. Le scelte economiche delle comunità sono anch’esse eloquenti: una parrocchia comunica il Vangelo non solo attraverso ciò che predica, ma attraverso il modo in cui utilizza i propri spazi, le proprie risorse, le proprie priorità. Nel territorio della diocesi di Bari-Bitonto avvertiamo con forza questa sfida. Quartieri segnati dalla criminalità organizzata, famiglie schiacciate dall’incertezza economica, giovani attratti da scorciatoie illegali, nuove fragilità educative: tutto questo esige una Chiesa presente non episodicamente ma stabilmente, capace di stare nelle strade, ascoltare, costruire reti con istituzioni e realtà civili. La parrocchia non può essere un’enclave spirituale nel mezzo di un quartiere ferito.

L’attenzione ai poveri diventa autentica prassi pastorale quando smette di essere una «attività» e diventa uno stile. Lo stile dell’incarnazione. Il Vangelo non trasforma il mondo attraverso strategie di potere o attraverso la moltiplicazione di iniziative, ma attraverso la prossimità paziente e costante. È questo che le nostre comunità sono chiamate a riscoprire.

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