Sant’Alfonso: pellegrini di speranza nel mondo delle contraddizioni

La Chiesa oggi celebra la memoria di Sant’Alfonso Maria de Liguori (1696-1787). Abbiamo chiesto alla professoressa Filomena Sacco una riflessione che possa aiutarci a leggere la figura del santo protettore dei teologi morali e dei confessori alla luce del particolare tempo di grazia che stiamo vivendo.
Filomena Sacco è professoressa associata di teologia morale fondamentale presso il Pontificio Istituto Accademia Alfonsiana di Roma e invitata presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia meridionale e la Pontificia Università Salesiana. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo la più recente Tutto dall’amore. La proposta morale di Sant’Alfonso e il magistero di papa Francesco, LAS, Roma 2024.
Professoressa Filomena Sacco

La Festa di Sant’Alfonso 2025 è celebrata in un momento di tante contraddizioni. È l’anno giubilare in cui siamo chiamati a riscoprire il nostro essere pellegrini di speranza, ma l’ardore di questa virtù è messo in crisi in un mondo in guerra. Il suadente giubilo per la misericordia divina è disturbato dal terrore della violenza distruttrice dell’uomo. Questi giorni di mezza estate vedono migliaia di giovani giunti a Roma da tutto il mondo per celebrare il loro Giubileo, ma in tanti luoghi gli stessi giovani soffrono fame di tutto, di pane, di futuro, di speranza, perché figli di popoli belligeranti. Il Santo Patrono dei moralisti e dei confessori può dire qualcosa che ravvivi la speranza?

Certo che sì. Alfonso ci dà coraggio, ci sprona alla parresia, a volte possiamo sentirci cadere le braccia per quanto è difficile vivere, incarnare e testimoniare il Vangelo in questo tempo. Ma dobbiamo avere una certezza nel cuore, oggi non è più difficile che in passato, è solo diverso, è scritto anche nel libro del Qoelet: «Non dire “come mai i tempi antichi erano migliori del presente?”, perché una domanda simile non è ispirata a saggezza» (Qo 7,10).

Alfonso è vissuto in un tempo diverso dal nostro ma con difficoltà che egli ha vissuto con l’audacia di chi sa che «Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8, 28). È illuminante il modo in cui Egli ha affrontato le sfide del suo tempo; sconvolto dalle ingiustizie sociali si è adoperato sempre in prima persona. Avvilito dalla miseria, dalla povertà e dalla indigenza ha fatto l’impossibile per promuovere lo sviluppo della persona umana. Animato da una grande fede in Dio e nell’abbondanza della Redenzione di Cristo, non ha perso occasione per annunciare la Parola di Dio, invitare alla riconciliazione e a vivere la carità. Sant’Alfonso è stato un uomo dall’ «anima assetata di Dio e desiderosa di perfezione».

Ha scelto di essere a servizio degli abbandonati così ha sperimentato le condizioni in cui queste persone vivevano: fame, malattie, disperazione, povertà materiale e spirituale. Gli abbandonati sono più costretti a subire le conseguenze del peccato. Ha imparato dall’esperienza e da vero profeta seppe scorgere, al di là dei limiti dell’uomo, la possibilità che Dio offre a ciascuno di amarlo e, nell’amore conoscerlo per amarlo ancora di più.

L’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio; questa immagine si perde quando l’uomo pecca; benché il Signore poi per sua misericordia gliela restituisca quando egli con pentimento sincero si dispone a recuperarla. La miseria dell’uomo per quanto grande sia, non lo svuota della sua fondamentale dignità, non gli impedisce di poter riprendere il cammino del bene. L’amore misericordioso di Gesù Cristo salva tutti gli uomini.

Sant’Alfonso conosce bene la fragilità umana, quanto essa sia profonda e radicata. La sua chiave di lettura è la misericordia di Dio.  È fuori ogni dubbio che il peccato segna profondamente l’uomo, ma questo non gli fa perdere la sua identità di immagine e somiglianza di Dio.

«Il peccatore quando sta deliberando di dare o negare il consenso al peccato, allora per così dire prende in mano la bilancia e si mette a vedere se vale di più la grazia di Dio, o quello sfogo d’ira, quell’interesse, quel diletto. Quando poi dà il consenso alla tentazione, allora che fa? Allora dice che vale più quel misero piacere, che non vale la grazia di Dio. Ecco, dunque, com’egli disonora Dio dichiarando col suo consenso che vale più quel misero piacere, che non vale l’amicizia divina».

Tuttavia il peccato, la debolezza dell’uomo non cambia la verità delle cose: «Se abbiamo in noi gran motivi di temere la morte eterna per causa delle offese fatte a Dio, abbiamo all’incontro motivi assai più grandi di sperare la vita eterna né meriti di Gesù Cristo, i quali sono di valore infinitamente maggiori a salvarci, di quel che valgono i nostri peccati a farci perdere».

La grandezza dei meriti di Gesù Cristo è infinitamente più grande della miseria umana. Il profondo amore che Sant’Alfonso prova per Gesù Cristo, l’esperienza che Egli fa dell’abbondanza della Redenzione gli consente di avere una visione generosa e comprensiva della umana fragilità, che non è rassegnazione ma proposta graduale di un cammino sincero e vero di conversione e di crescita nella perfezione. In Cristo tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza, ecco perché egli era solito invitare i peccatori a non disperare della propria salvezza.

Poche righe non rendono onore allo spessore di questo grande uomo, però lasciano intendere che sia stato una persona realista. Dio ha amato l’uomo nonostante il male di cui è capace. Tutto il male che accade non può oscurare la certezza dell’amore provvidente di Dio per noi. È la verità di ieri, di oggi e di sempre.

È proprio vero quello che ha detto San Giovanni XXIII: «Sant’Alfonso non invecchia mai! Quale gloria, e quale oggetto di studio e di venerazione per il clero italiano…», e si potrebbe aggiungere, per tutti noi…

Alfonso ci insegna ad ascoltare il nostro tempo, ad essere attenti a discernere “i segni dei tempi”, ossia riconoscere i segni del male ma soprattutto l’opera della Provvidenza. Denunciare quelli e far vibrare questi. In seconda istanza da lui si impara a non cedere alla “globalizzazione dell’indifferenza ma a saper “piangere” delle piaghe di questa umanità, di questo mondo, ma allo stesso tempo lasciarsi animare dalla dynamis della propria vocazione.

Come Alfonso occorre avere il coraggio di non chiudersi “dentro scuole alla moda” ma troviamo il coraggio della verità, memori che per noi la verità non è un concetto astratto, è Gesù il Cristo. Il Dio fatto carne che Alfonso ha definito: pazzo d’amore per noi. Ecco siamo anche noi folli della follia dell’amore. Essere portatori della verità è portare Cristo alle anime e le anime a Cristo.

Per fare questo occorre imparare a stare con le persone, abitare le periferie esistenziali.Essere uomini e donne che: prendono l’iniziativa, come il Buon Samaritano; che si coinvolgonocome il Verbo di Dio si è coinvolto umiliandosi, spogliando se stesso, assumendo la carne umana; che accompagnano, come Gesù che si è fatto compagno di viaggio dei Discepoli di Emmaus, icona di un’umanità ferita, smarrita ma pur sempre bisognosa della parola di vita; persone che non perdono il sonno per la zizzania, ma sappiamo attendere con pazienza che il grano germogli.

Tutto questo ci rende autentici pellegrini di speranza memori che: «Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi» (Is 40,31).

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