Il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo: a sessant’anni da Gaudium et Spes

Il nostro blog continua con un nuovo approfondimento. Tra meno di un mese, il prossimo 7 dicembre, ricorreranno i 60 anni dalla promulgazione della Costituzione pastorale Gaudium et spes, documento centrale del Concilio Vaticano II, incentrato sul rapporto tra la Chiesa e il mondo contemporaneo. Quali domande, riflessioni e stimoli, ancora oggi, risuonano dal dettato conciliare?  L’approfondimento di questo mese sarà aperto dalla domanda di Tony Sciacovelli.

Tony Sciacovelli, 28 anni, dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto sta concludendo il percorso di Baccalaureato in Teologia presso la Facoltà Teologica Pugliese e frequenta il VI anno formativo presso il Seminario Regionale Pugliese Pio XI di Molfetta. Il lavoro di ricerca avviato per l’elaborazione della tesi, lo ha portato ad interessarsi al tema della coscienza, soprattutto nella elaborazione teologica fatta dal redentorista Sabatino Majorano.

La domanda

Certamente tra i numeri più conosciuti della costituzione conciliare Gaudium et spes possiamo considerare il paragrafo 16.

In che misura la descrizione di coscienza lì presentata ha contribuito allo sviluppo della teologia morale e perché tale paragrafo riveste un’importanza fondamentale per la comprensione cristiana della persona e della responsabilità morale?

Questa settimana alla domanda di Tony risponde il prof. Giorgio Nacci.

Giorgio Nacci, presbitero dell’arcidiocesi di Brindisi-Ostuni, ha conseguito la laurea magistrale in scienze pedagogiche presso l’Università del Salento, la licenza e il dottorato in teologia morale presso l’Accademia Alfonsiana di Roma. È docente di teologia morale fondamentale e di metodologia teologica presso l’Istituto Teologico Regina Apuliae della Facoltà Teologica Pugliese.

Chissà se i Padri conciliari considerarono mai “la fortuna” che avrebbe avuto il paragrafo 16 della Gaudium et spes. Chissà se poterono prevedere in che misura quella descrizione della coscienza sarebbe diventata il principio ispiratore del rinnovamento della teologia morale postconciliare. In effetti, il suo impatto si è rivelato ben oltre le aspettative iniziali, influenzando profondamente non solo la riflessione teologica ma anche il modo in cui la persona viene percepita nel contesto cristiano.

L’interesse di Tony Sciacovelli per la tematica della coscienza, alimentato anche dagli studi e dalla ricerca per il suo elaborato finale di baccalaureato, si inserisce dunque in una lunga tradizione che continua a interrogarsi sul significato più autentico della responsabilità morale e sull’importanza della coscienza come luogo privilegiato di incontro tra la persona e Dio, cuore pulsante della dignità personale e della scelta etica. Questa riflessione ha valore ancora di più in questo anno nel quale stiamo per celebrare i 60 anni dalla sua promulgazione.

La storia del testo: un criterio ermeneutico

Per comprendere un testo magisteriale è necessario sempre considerare il suo contesto e la sua genesi. Senza questa prospettiva si corre il pericolo di dare interpretazioni strettamente personali o di “tirare” i contenuti a favore di una o dell’altra posizione teologica, con il rischio di tradire l’intenzione degli estensori. Questo vale anche per la comprensione della Gaudium et spes. O.H. Pesch afferma appunto che la storia di questo documento «è quasi più importante dello stesso prodotto finale. […] Il processo è il risultato» perché, «nel corso dell’elaborazione della costituzione pastorale si verificò l’“apertura al mondo” che in essa doveva essere documentata»[1].

 Come sappiamo, questa costituzione è stata tra le ultime ad essere approvata il 7 dicembre del 1965, con 2309 placet su 2391 votanti (75 non placet e 11 voti nulli). Nella sua genesi, Francesco Scanziani evidenzia tre grandi arcate temporali, ciascuna ricca di diverse sfaccettature[2]. Tre tappe che qui richiamiamo brevemente: 1) la fase zero, nella quale è assente uno schema specifico, ma evidenzia come l’idea stessa della costituzione conciliare sia emersa durante la riflessione che i padri portavano avanti sulla Chiesa nel mondo contemporaneo; 2) la fase della gestazione, dove si raccoglie il frutto della commissione mista e delle sottocommissioni di redazione (da dicembre 1962 al 1964); 3) la fase finale riguarda la vera e propria nascita della costituzione pastorale, con il dibattito in aula: protagonista è stata qui l’assemblea conciliare.

Dunque, il nostro documento – e quindi anche il paragrafo 16 – è stato oggetto di ben 4 redazioni: luglio 1964, maggio 1965, novembre 1965 e dicembre 1965. L’esame dell’iter del testo permette di coglierne lo sviluppo e di evidenziare che il tema della coscienza, come altri, è stato affrontato con non poche difficoltà dai padri conciliari, dato i loro punti di vista, dipendenti da diverse scuole teologiche. In particolare, in questo paragrafo si trovano in tensione due concezioni della coscienza: una più relazionale (innanzitutto la sua dignità ontologica) e l’altra più funzionale (innanzitutto l’obbedienza alla legge). Comprendere come nel testo questa tensione è stata armonizzata è possibile solo analizzandone la genesi.

“Dentro” allo sviluppo redazionale del testo

La fonte più autorevole per una corretta ermeneutica della redazione di Gaudium et spes n. 16 è certamente quella del teologo redentorista Domenico Capone, la cui influenza sulla redazione finale del paragrafo 16 come uno dei redattori, è nota a tutti. Il suo studio «Antopologia, coscienza e personalità»[3] è, in questo caso, una pietra miliare a cui riferirsi. In esso si mostra in modo efficace come una corretta teologia della coscienza può comprendersi solo nell’insieme di tutto il capitolo I della costituzione conciliare, Dignità della persona umana (nn. 12-22). In cosa consiste questa dignità? Nel rapporto filiale che l’uomo intesse con Dio, grazie al quale egli risponde con tutto se stesso alla chiamata a vivere nell’amore. Il testo 1 (luglio 1964) descrive infatti il credente come persona in Cristo, creata ad immagine e somiglianza di Dio, con intelletto, coscienza e libertà. Dio entra in relazione con la persona proprio nel suo cuore, nella sua parte più intima, lì dove tutti i pensieri e le azioni hanno origine. A partire da questo testo si delineano e si approfondiscono i contenuti delle redazioni successive che andranno a formare gli attuali paragrafi del capitolo I.

Nella seconda redazione (maggio 1965) intelletto, coscienza, libertà diventano temi trattati in paragrafi distinti (attuali nn. 15, 16, 17). Viene data molta importanza alla dimensione ontologico-relazionale della coscienza grazie alla quale il credente riconosce dentro di sé la legge. Si sottolinea maggiormente, inoltre, che il bene si compie per scelta libera, non per cieca obbedienza.

Il testo 3 (novembre 1965) raccoglie diverse osservazioni dei padri conciliari intenzionati a far emergere una visione antropologica più “realistica” e “meno ottimistica” del precedente testo; per questo motivo, ad esempio, si mette in evidenza l’importanza della legge e delle norme oggettive o si ridimensiona la dimensione della libertà. Ma al tempo stesso, si precisa la differenza tra coscienza erronea e coscienza cieca mentre, per evitare confusione tra coscienza morale e coscienza psicologica, l’inizio del paragrafo dove si descrive la dimensione interiore e trascendente come fondante la persona umana, viene spostato al paragrafo n. 14. Perciò  Gaudium et spes 16 inizia con un riferimento immediato alla legge che «l’uomo scopre e che non è lui a darsi» (GS 16), ma il paragrafo va compreso tenendo conto della dimensione ontologica e relazionale della coscienza che la fonda, presente al n. 14.

Anche se brevemente – non potremmo fare di più in questo breve contributo! – queste poche righe hanno mostrato perché l’attuale paragrafo 16 (dicembre 1965) va letto tenendo conto di tutti “i link” che esso ha con il resto del capitolo. La dignità della persona umana risiede nel suo essere creata ad immagine e somiglianza di Dio (n. 12) e, per quanto essa sia ferita dal peccato (n. 13), nella sua interiorità, costituita dall’unità del corpo e dello spirito, è sempre possibile incontrare Dio (n. 14). La ricerca del vero (n. 15), la coscienza che discerne il bene (n. 16) e la libertà che lo compie (n. 17), sono le tre espressioni più significative con la quale si esprime la dignità della persona che, sfidata dalla morte (n. 18) e dai moderni ateismi (nn. 19-21), trova sorgente e compimento in Cristo l’uomo nuovo (n. 22).

Una eredità da non smarrire

Certamente le diverse ermeneutiche successive a questo testo – e dunque anche alla concezione di coscienza – possono essere legittime (si pensi a come il Catechismo della Chiesa Cattolica descrive la coscienza ai nn. 1776-1782) ma non possono prescindere da alcuni elementi che vanno messi a fuoco senza ambiguità, per restituire l’intenzione autentica che i redattori del testo hanno voluto esprimere e i padri conciliari hanno approvato.

Primo fra tutti il fatto che la descrizione della coscienza fatta in questo paragrafo ci permette di dire che la dignità della persona consiste di per sé nella dignità della sua coscienza. Quest’ultima, infatti, non è riducibile ad una facoltà che ha la funzione di esprimere il giudizio morale, seppur necessario, né alla mera funzione applicativa di una legge. La coscienza è «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità» (GS 16). In essa il credente sperimenta la sua trascendenza, entra in relazione con lui e, successivamente, scopre la legge che impone di fare il bene ed evitare il male. Una legge che – come afferma lo stesso Capone – ha il suo contenuto e il suo fine «nell’amore di Dio e del prossimo» (GS 16) e non semplicemente in una serie di precetti da osservare, facenti parte di un ordine morale astratto e decontestualizzato.

Questa è innanzitutto l’eredità che Gaudium et spes 16 ci ha consegnato e a questa eredità ogni elaborazione teologica deve accordarsi. Ed è proprio in fedeltà a questo dettame conciliare che va interpretato quanto Amoris laetitia afferma sulla insostituibilità della coscienza che, seppur nei limiti e nelle fragilità, va accompagnata e formata al discernimento del bene possibile (AL nn. 36-37). Così come l’esortazione di Leone XIV ad evitare ogni forma di indottrinamento morale perché «impedisce il giudizio critico, attenta alla sacra libertà del rispetto della propria coscienza, anche se erronea, e si chiude a nuove riflessioni» (Ai membri della Fondazione Centesimus Annus, 17 maggio 2025). Non si tratta di sensibilità personali di uno o dell’altro teologo, di uno o dell’altro papa, ma di quanto la Chiesa insegna con magistero autorevole e a cui chiede di ancorare ogni riflessione etica.

Chi si occupa di teologia morale soprattutto, ma anche i pastori e i fedeli nell’ordinarietà della vita cristiana ed ecclesiale, non dovrebbero smettere mai di ringraziare il Vaticano II per aver dato una “rispolverata” a quanto la Scrittura e la Tradizione della Chiesa hanno sempre insegnato sulla coscienza. Da qui possiamo e dobbiamo partire per fare una proposta morale che sia innanzitutto esperienza della grazia salvifica della Pasqua di Cristo, prima ancora che un comportamento da attuare, e sia sempre rispettosa della dignità della persona che è, in un’ultima analisi, dignità della sua coscienza.

Un brindisi alla coscienza!

Se dovessimo fare gli auguri a Gaudium et spes 16 per i suoi 60 anni, non potremmo che farli con le parole di John Henry Newman, da poco proclamato dottore della Chiesa: «Certamente, se sarò costretto a coinvolgere la religione in un brindisi al termine di un pranzo (cosa che in realtà non è proprio il caso di fare), brinderò al Papa – se vi fa piacere – ma, prima alla coscienza e poi al Papa. […] La coscienza è l’originario Vicario di Cristo (Lettera al Duca di Norfolk, 219)».

[1] O.H. Pesc, Il Concilio Vaticano secondo. Preistoria, svolgimento, risultati, storia post conciliare, Queriniana, Brescia 2005, 329.

[2] Cf. F. Scanziani, «Introduzione. Gaudium et spes: nel conflitto delle interpretazioni», in R. Repole – S. Noceti (a cura di), Commentario ai documenti del Vaticano II. Gaudium et spes, EDB, Bologna 2020, VIII, 16-18.

[3] D. Capone, «Antropologia, Coscienza e Personalità», in Studia Moralia 4(1966), 73-113.

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