
L’approfondimento di questo mese continua con un contributo del prof. Sabatino Majorano, il quale, rispondendo alla domanda posta la scorsa settimana da Tony Sciacovelli, porta alla nostra attenzione la dimensione della fragilità della Coscienza, la quale si muove tra lo spazio della libertà, la responsabilità e la ricerca del bene e della verità, nella situazione “storica” dell’umano, e quindi bisognosa di essere accompagnata nel discernimento morale.

La proposta franca della coscienza, come tratto fondamentale della dignità della persona, non fa dimenticare alla Gaudium et spes la sua fragilità. L’essere umano, infatti, benché «creato ad immagine di Dio» (GS, 12), è anche storia, segnata fin dall’inizio dall’illusione e dal potere del peccato, per cui si sperimenta «inclinato anche al male e immerso in tante miserie» (GS, 13). Ne deriva che la coscienza, pur essendo «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio», si rivela spesso incerta e debole nel riconoscere la verità e il bene cadendo in errore (GS, 16).
Come fa per le altre fragilità umane, anche nei riguardi della coscienza erronea lo sguardo che il Concilio invita ad avere è quello misericordioso e sanante del Cristo: uno sguardo che non rinchiude nell’errore, limitandosi a colpevolizzarlo, ma apre al perdono e alla speranza, facendo emergere il desiderio di superamento e sostenendo la volontà di guarigione.
Fedeltà alla coscienza e libertà
A questo fine, il paragrafo 16 ricorda innanzitutto che la «fedeltà alla coscienza» è condizione indispensabile che permette di unirsi «agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità numerosi problemi morali, che sorgono tanto nella vita privata quanto in quella sociale». Quando questo si realizza, «prevale la coscienza retta» facendo in modo che «le persone e i gruppi si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità».
Una corretta lettura di queste affermazioni esige che si abbia presente quanto lo stesso Concilio afferma, in Dignitatis humanae, parlando della libertà religiosa. La ricerca della verità, a cominciare da quella in ambito religioso, va riconosciuta come essenziale per la dignità della persona: tutti «sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ciò che concerne Dio e la sua Chiesa, e sono tenuti ad aderire alla verità man mano che la conoscono e a rimanerle fedeli». Si tratta però di doveri che «attingono e vincolano la coscienza degli uomini», dato che «la verità non si impone che per la forza della verità stessa, la quale si diffonde nelle menti soavemente e insieme con vigore (DH, 1). Questo vale anche nei riguardi del bene da compiere: «l’uomo coglie e riconosce gli imperativi della legge divina attraverso la sua coscienza, che è tenuto a seguire fedelmente in ogni sua attività per raggiungere il suo fine che è Dio. Non si deve quindi costringerlo ad agire contro la sua coscienza. E non si deve neppure impedirgli di agire in conformità ad essa, soprattutto in campo religioso» (DH, 3).
La coscienza alla ricerca della verità e del bene
La responsabilità della coscienza è innanzitutto responsabilità di lealtà e di coerenza nella ricerca della verità: si fonda qui la sua dignità che le permette di dare valore morale all’agire della persona. Tale dignità, perciò, non viene meno se non quando ci si rifiuta di tendere alla verità. Un eventuale errore nel riconoscimento del bene, di cui la persona non è responsabile, non fa perdere alla coscienza questa capacità di guida nel discernimento del bene. Nell’affermarlo il paragrafo 16 della Gaudium et spes fa sua la distinzione tradizionale tra errore vincibile ed errore invincibile, riportandola però alla fondamentale dignità della coscienza: «succede non di rado che la coscienza sia erronea per ignoranza invincibile, senza che per questo essa perda la sua dignità. Ma ciò non si può dire quando l’uomo poco si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine del peccato».
Tutto questo si verifica non a livello teorico o oggettivo, ma a livello pratico e personale. La coscienza, infatti, non pone arbitrariamente la verità, ma ne è in ricerca: la riconosce nella concretezza delle diverse situazioni della vita. Lo ribadiva con forza san Giovanni Paolo II in Veritatis splendor, ricordando che le stesse «esigenze etiche» della legge morale naturale «non si impongono alla volontà come un obbligo, se non in forza del riconoscimento previo della ragione umana e, in concreto, della coscienza personale» (VS, 36).
È un riconoscimento in cui intervengono molteplici fattori, che non dipendono sempre dalla persona. Alcuni sono un aiuto prezioso, che bisogna valorizzare con cura, altri non solo lo rendono più difficile ma tante volte costituiscono un ostacolo di fatto insuperabile. Perché la coscienza conservi la sua dignità indicando il bene da fare, occorre che resti lealmente in tensione verso la verità compiendo i passi possibili per avvicinarsi sempre più ad essa. Per questo Sant’Alfonso ricordava che chi segue la coscienza invincibilmente erronea non pecca, dato che «nonostante l’azione non sia per sé retta, lo è però per la coscienza di chi agisce»; inoltre non v’è dubbio che può anche «acquistare merito in ragione del fine buono di gloria di Dio o di carità per il prossimo che lo porta ad agire». [1]
Accompagnare la coscienza nel cammino cristiano
La parresia nel proporre la verità è resa oggi più che mai necessaria, essendo sommersi da un flusso incessante di informazioni che mirano a manipolare le coscienze. Essa però deve farsi saggio accompagnamento quando l’errore non è dovuto a colpevolezza della coscienza. Sant’Alfonso ricordava al confessore che va sempre ammonito «chi sta nell’ignoranza colpevole di qualche suo obbligo, o sia di legge naturale o positiva». Quando invece si tratta di ignoranza incolpevole, allora se «è circa le cose necessarie alla salvezza, in ogni conto gliela deve togliere; se poi è d’altra materia, ancorché sia circa i precetti divini, e il confessore prudentemente giudica che l’ammonizione sia per nuocere al penitente, allora deve farne a meno e lasciare il penitente, nella sua buona fede». Il motivo è «perché si deve maggiormente evitare il pericolo del peccato formale che del materiale, mentre Dio solamente il formale punisce, poiché da questo solo si reputa offeso». [2]
Non va poi dimenticato che la guarigione della fragilità è un processo graduale, da sostenere e da stimolare, senza però cadere in colpevolizzazioni infondate. A questo riguardo restano significative le affermazioni di san Giovanni Paolo II in Familiaris consortio: «l’uomo, chiamato a vivere responsabilmente il disegno sapiente e amoroso di Dio, è un essere storico, che si costruisce giorno per giorno, con le sue numerose libere scelte: per questo egli conosce ama e compie il bene morale secondo tappe di crescita». È necessario, perciò, sentirsi «chiamati ad un incessante cammino, sostenuti dal desiderio sincero e operoso di conoscere sempre meglio i valori che la legge divina custodisce e promuove, e dalla volontà retta e generosa di incarnarli nelle scelte concrete» (FC, 34).
Tutto questo esige un accompagnamento formativo che stimoli a camminare con fiducia verso la verità, superando le diverse forme di fragilità. È lo sviluppo delle prospettive conciliari operato da Papa Francesco in Amoris laetitia, in risposta alla complessità e ai limiti di tante situazioni familiari. Il discernimento fiducioso del passo attualmente possibile proietta la coscienza verso quelli ancora da compiere, senza far perdere il valore di ciò che ora si fa: la coscienza «può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo». Occorre però che questo discernimento resti «sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare l’ideale in modo più pieno» (AL, 303).
[1]. Alfonso Maria de’ Liguori, Theologia moralis, liber I, tract. I, cap. I, n. 5-6.
[2]. Id., Pratica del confessore, cap. I, §2, n.8.
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