Fede e violenza: quando la religione diventa un pretesto

Il nostro blog riprende con un nuovo approfondimento tematico. Dopo le ultime vicende di cronaca internazionale, il tema riguarda il rapporto tra valori religiosi e violenza. Può questa essere giustificata da valori o idee che si dicono cristiane? Quali ambiguità possono nascondere simboli e valori religiosi nello scenario politico attuale?

A porre la domanda è Alessandro Laterza (2004), studente alla Facoltà di storia presso l’Università degli studi di Torino. Originario di Putignano (BA) si occupa di storia locale.
La domanda

A poche settimane dall’assassinio di Charlie Kirk, non possiamo che esserne certi: la nostra civiltà è in caduta libera all’interno di una spirale di violenza che coinvolge cittadini e Stati in maniera indifferente. Eppure, persone influenti, che si professano cristiane e dovrebbero – a questo punto – essere dei modelli politici e sociali, si fanno portatrici di messaggi ambigui e pericolosi (basta ascoltare una delle ultime interviste che uno dei nostri ministri ha rilasciato per una televisione straniera, dando un’interpretazione della guerra israelo-palestinese fuorviante e faziosa) che sembrano tutt’altro che legati ai valori del cristianesimo, che usano come insegna nei loro dibattiti.

Come può un giovane credente distinguere una buona testimonianza cristiano-politica dalla pura propaganda?

Alla domanda di Alessandro risponde Leonardo Salutati, professore invitato presso l’Accademia Alfonsiana.

ASCOLTARE LA PAROLA GIUSTA

Leonardo Salutati, nato a Firenze nel 1961, dopo un’esperienza professionale in un Istituto Bancario, nel 1996 è ordinato sacerdote nella Diocesi di Firenze. È laureato in Economia e Commercio presso l’Università degli Studi di Firenze e in Teologia Morale all’Accademia Alfonsiana di Roma. Ha insegnato presso la Pontificia Università Urbaniana e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale di Firenze. Ha collaborato e collabora con varie riviste tra le quali: Rivista di Teologia Morale, Vivens Homo, Religioni e Società, Urbaniana University Journal, Studia Moralia, la rivista telematica Il Mantello della Giustizia e il Blog del Pontificio Istituto Accademia Alfonsiana.

Il Gesuita Silvano Fausti, un instancabile servitore ma anche un assiduo ascoltatore della Parola e un’autentica guida spirituale, amava ripetere che «l’uomo diventa la parola che ascolta e alla quale risponde. Se ascolta la Parola di Dio, partecipa alla natura di Dio; se ascolta altre parole, diventa a loro immagine e somiglianza». In un tempo, come il nostro, di fake news ma anche, come viene osservato, di «caduta libera all’interno di una spirale di violenza che coinvolge cittadini e Stati in maniera indifferente», quello di p. Fausti è un richiamo realmente profetico.

È importante discernere quale parola abbiamo ascoltato e quale parola testimoniamo. Se la parola che si è capita è il vangelo di Gesù, che ci testimonia la paternità di Dio, la sua umiltà, il servizio, il farsi ultimo, perché chi ama mette la vita a disposizione degli altri, allora la nostra testimonianza avrà tutte le caratteristiche della verità di Dio: sarà umile, povera, caritatevole, amerà mettere la vita a disposizione degli altri, l’unico modo di vivere che renda possibile una vita fraterna, che non può fondarsi se non sull’amore e l’amore è esattamente l’umiltà e il servizio all’altro. Mentre invece, se l’uomo ascolta la parola del “dio-idolo onnipotente”, “sapiente”, “forte e vincente”, vorrà diventare onnipotente, sapiente, forte e vincente, con una condotta che sfocerà nella rivalità e nel servirsi dell’altro per primeggiare. La parola, dunque, determina il modo di capire, di agire e di sentire. La Parola di Dio ci fa sentire, capire e agire come Dio, ci rende partecipi della vita di Dio e ci rende capaci di «distinguere una buona testimonianza cristiano-politica dalla pura propaganda» che, in quanto tale, non è espressione di servizio ma di ricerca del primato personale.

L’alluvione di immagini: K. Popper e la critica alla cattiva maestra

La comunicazione attraverso la parola richiede un processo di ascolto, lettura e interpretazione che favorisce la riflessione critica. La natura verbale della comunicazione permette di analizzare quanto trasmesso in modo strutturato e logico, rendendo possibile la meditazione e l’elaborazione di un pensiero critico. I nostri tempi, però, sono caratterizzati anche dall’alluvione di immagini. Al riguardo, dovremmo considerare il fatto che l’immagine possiede una potente capacità condizionante, poiché può comunicare messaggi in modo immediato, universale ed emotivo, superando le barriere linguistiche e culturali, potenzialmente limitando la libera manifestazione di pensiero e di espressione.

Su questo aspetto invitò a riflettere Karl Popper, con un saggio pubblicato in Italia nel 1994 poco prima della sua morte, Cattiva maestra televisione, che includeva anche un saggio di J. Condry della Cornell University, psicologo, scienziato delle comunicazioni, a suo tempo condirettore del Centro per le Ricerche sugli effetti della televisione, insieme ad alcune pagine di una inchiesta sulla violenza in televisione di C.S. Clark tratte dalla rivista «C.Q. Researcher» del Marzo 1993.

Fin dal 1991 la tesi di Popper era già molto chiara ed anche evidente: «stiamo educando i nostri bambini alla violenza attraverso la televisione e gli altri mezzi di comunicazione». Una vasta letteratura, soprattutto americana di cui il lavoro di Condry è una efficace sintesi e che generalmente è poco conosciuta in Italia, mostra l’evidenza dei danni sociali di una espansione incontrollata del potere della Televisione, in termini di quantità di tempo assorbito, di influenza sui comportamenti, di competizione con la famiglia e la scuola, di distorsione della discussione pubblica, di crescita abnorme di miti e divismi.

L’inchiesta sulla violenza di Clark riportava le stime dell’American Psychological Association (Apa), secondo le quali, nel 1992, i bambini americani restavano incollati al televisore per una media di 27 ore alla settimana (con punte di 11 ore al giorno nei quartieri degradati delle zone centrali delle metropoli), con il risultato che ciascun bambino avrebbe assistito in media ad 8 mila omicidi e 100 mila atti di violenza entro la fine delle scuole elementari. L. Eron dell’università del Michigan, che presiedeva la commissione dell’Apa su giovani e violenza, dedicò 36 anni, a partire dal 1960, a studiare la violenza in televisione, producendo risultati unici nel loro genere. Seguendo un gruppo di 875 bambini e bambine dagli 8 anni di età fino ai 30, analizzando le percentuali di criminalità e le caratteristiche personali, è risultato che chi aveva assistito a più scene di violenza in televisione aveva commesso reati più gravi, era più aggressivo sotto l’influenza dell’alcool ed era più brutale nel punire i propri figli, i quali a loro volta mostravano segni di aggressività.

È evidente che la televisione immetta nella società violenza, in modo tale che Popper la paragona alla guerra, alla perdita dei sentimenti normali del vivere in un mondo bene ordinato, dove il crimine possa essere «una sensazionale eccezione». Purtroppo, è tale l’esasperazione della competitività dei tanti canali televisivi, dell’assoluta necessità di audience, da non rendersi conto che la tv è in contraddizione con i principi della democrazia, in quanto non solo favorisce la violenza, ma anche gli squilibri nella vita politica, l’inquinamento del discorso pubblico, la complicazione della distinzione tra realtà e finzione. La critica innescata da Popper non era però contro la televisione, ma sul modo di farla. Afferma infatti: «Io sarei piuttosto dell’opinione che la televisione, potenzialmente certo, così come è una tremenda forza per il male potrebbe essere una tremenda forza per il bene».

Quale parola oggi?

Se già la televisione rappresentava per Popper una potenziale minaccia per la democrazia, cosa penserebbe del nostro tentacolare universo digitale? La situazione odierna è ben più grave rispetto a quella dell’epoca di Popper. Se infatti consideriamo l’attualità dei nostri tempi, con i social media, con il progresso che la robotica e l’intelligenza artificiale stanno generando, il pericolo non è quello di creare macchine che prenderanno il sopravvento sull’umanità perché più perfette di noi, ma che uomini malvagi possano causare seri danni all’umanità e all’ecosistema controllando computer e robot sempre più potenti soltanto per il loro interesse (F. Faggin, 2016) e la domanda da porsi è: come stiamo educando l’uomo…!

Popper constatava che la televisione si era adeguata al peggio, sfornando ogni giorno programmi diseducativi, inneggianti a competizione, volgarità, violenza, egoismo… e i social media di oggi non sembrano fare di meglio; per questo avvertiva che anche i nemici della democrazia non erano ancora del tutto consapevoli del potere della televisione, concludendo che quando lo sarebbero diventati la avrebbero usata in tutti i modi, anche nelle situazioni più pericolose.

In conclusione, per tornare alla domanda posta dal lettore su come distinguere una buona proposta dalla propaganda, la via maestra per il cristiano è la familiarità e la frequentazione con la Parola di Dio che, trasformandoci gradualmente in ciò che contempliamo, dà forma alla nostra coscienza e ci abilita a riconoscere i segni dei tempi, ovvero i segni della presenza e dell’azione di Dio nella società umana, del tutto diversi da quelli rilasciati dai messianismi di tutti i tempi, quali che siano: ideologici, politici, economici.

Comments (1)

  • Grazia Serafinisays:

    Ottobre 18, 2025 at 9:52 am

    Sono pienamente d’accordo ciò che vediamo ogni giorno alla TV ha fatto sì che mentre siamo a tavola assistiamo a scene di violenza e a notizie agghiaccianti che nella maggior parte vengono guardate con indifferenza senza produrre una minima reazione senza poi parlare dell’intelligenza artificiale e le varie tecnologie moderne che se usate in maniera sbagliata potrebbero creare molti danni.

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