

Di fronte alle sfide del mondo contemporaneo in cui si assiste all’emergere di “una mentalità tecnocratica” che si esprime mediante il potere di uno o di pochi su tutti, la questione etica emerge con più rilevanza cercando di trovare dei fondamenti in grado di favorire, nel molteplice sviluppo delle possibilità dell’agire umano, la responsabilità personale e comunitaria.
In tale contesto si sono frantumate quelle certezze che erano sgorgate dalle guerre e dalle tragedie del Novecento e dallo sviluppo tecnico-scientifico consistenti nel ritenere che il potere deve essere contenuto e ordinato dai diritti della persona umana quali manifestazioni del suo valore. Infatti la dignità dell’essere umano non può essere intesa medianti visioni idealistiche o materialistiche ma in una ermeneutica che la comprende quale esistenza in cammino, nel tempo e nello spazio, in cui la sua intelligenza spinge a conoscere e la sua volontà muove ad agire e ad amare.
Tale consapevolezza teoretica favorisce una riflessione etica sulle potenzialità dell’uomo tendente a realizzarsi nell’operare il bene: «Esistono quindi valori che sussistono in sé stessi, che conseguono dall’essenza dell’uomo e perciò sono intangibili in rapporto a tutti i soggetti che hanno questa essenza»[1]. Tale vissuto antropologico nella tradizione cristiana viene chiamata legge naturale. Tommaso d’Aquino articola la legge, intesa come regolarità razionale, in cinque tipi: la legge eterna, la legge naturale, la legge umana, la legge antica e la legge nuova.
La legge eterna è «il piano dell’ordine universale delle cose al fine, è la legge universale promulgata nelle cose stesse da Dio»[2]. La legge naturale è la partecipazione cosciente dell’essere umano all’ordine naturale impresso da Dio per cui ogni cosa si muove al proprio fine. Le leggi umane sono quelle positive, frutto della riflessione umana, emanate dalla comunità politica che non dovrebbero negare la legge naturale. Mentre la legge antica è quella dell’Antico Testamento e la nuova è il Vangelo[3].
Il bene morale come norma generale dell’agire personale e sociale
Tale riflessione costituisce una classificazione fondamentale per delineare il concetto di bene morale in vista della realizzazione della persona. Infatti la legge custodisce e impone il bene quale norma generale per agire anche se nelle situazioni particolari e contingenti è necessario operare esercitando il discernimento e la prudenza.
La codificazione di leggi morali e di norme giuridiche non può prescindere dall’individuare il bene. Certamente le leggi di una comunità politica non sono totalmente corrispondenti alle leggi morali ma le prime non possono prescindere dal bene della persona. Esso si configura non solo come ciò che è desiderabile ma anche come il valore che rende l’esistenza libera, in quanto compimento delle attese più profonde dell’essere umano quali la promozione della vita, la realizzazione dell’amore, l’attuazione di relazioni costruttive nella società e nella politica e la conoscenza della verità che è capace di generare cultura. Pertanto la legge naturale che si esprime nell’imperativo etico: fac bonum et vita malum si esplicita nell’attualizzare queste inclinazioni al bene proprie dell’essere umano.
In tale prospettiva ogni singolo individuo deve tendere al bene onesto e la società civile e quella politica, come lo Stato moderno delle odierne democrazie occidentali, devono conseguire il bene comune favorendo la felicità dei membri mediante la realizzazione di quelle condizioni che rendono la vita umana ragionevole.[4]
Oggi come in passato molte volte i cristiani si sono trovati a vivere situazioni in cui scegliere se seguire la voce della coscienza, espressione delle proprie convinzioni, frutto della tensione umana al bene e formazione morale o obbedire a leggi che contraddicano i valori personali. Già nella tragedia greca di Sofocle si narra che Antigone si rifiuta di obbedire a quanto imposto dal re di Tebe Creonte che aveva vietato di seppellire suo fratello Polinice e decide di seguire le leggi non scritte della giustizia e della pietà. È l’obiezione di coscienza iscritta nella natura umana e codificata anche nelle leggi degli Stati. Essa non si limita a essere un atto di disobbedienza ma di denuncia nei confronti di chi adopera la legge per altri fini che non siano il bene comune e di protesta verso coloro che nella società rimangono assopiti a logiche perverse che sfigurano il volto della persona umana. Pertanto occorre formare la coscienza affinché sia per l’essere umano testimonianza del bene ma anche giudizio pratico nel renderlo concreto nelle molteplici situazioni della vita.
Nell’emergere delle ideologie e della volontà di potenza occorre innanzitutto che la coscienza morale sia educata dalla visione antropologica scaturita dalla Parola di Dio, dal Magistero sociale della Chiesa ma anche dal contributo di uomini e donne capaci di pensiero critico e dialogico. Per realizzare tutto questo è necessario un cammino di formazione comunitario e personale mediante lo studio della teologia e la comprensione delle dinamiche umane e spirituali del mondo contemporaneo. In questo momento storico sarebbe un segno di speranza se i credenti, rimotivati nella fede, si presentino intellettualmente attraenti e rilevanti nel dibattito civile e politico, valorizzando dalla tradizione teologica ciò che può essere significativo per le domande del nostro tempo e impegnandosi a creare percorsi, anche istituzionali, in un cui sia possibile favorire un’etica dove il pluralismo teorico e pratico possa trovare un principio e un fondamento comune.
Per una coscienza critica: alcuni principi cardine
Alla luce di quanto proposto ne Il metodo in teologia (1972) del teologo gesuita candese Bernard Joseph Francis Lonergan (1904-1984) è possibile delineare dei cardini strutturali del soggetto che possano essere orientativi per la coscienza cristiana affinché non si assopisca davanti alla banalità del male[5]: l’attenzione, l’intelligenza, la ragionevolezza, la responsabilità. Il credente è chiamato a fare esperienza del contesto in cui vive prestando attenzionealla realtà che lo interpella e che può rappresentare l’inizio di un possibile dialogo per cogliere soluzioni individuali, sociali e politiche alle incertezze, ai diletti e alle sfide del mondo. Questo fa emergere che il vissuto incarnato del credente, embodied cognition, nella storia degli uomini e delle donne richiede intelligenza nella lettura profonda della realtà in particolare nel tempo dei social e di nuove forme di violenza. Tale comprensione porta alla ragionevolezza, al giudizio argomentato e dimostrato, che tende a conoscere la verità delle situazioni per ravvivare l’esigenza della responsabilità nel valutare ciò è buono.[6]
Pertanto diventano fondamentali la centralità della Parola di Dio e del linguaggio culturale per rendere i pensieri e i dialoghi capaci di essere “significativi”. A questo si associa la riscoperta dell’importanza del tempo segnato sia dalla caducità che dall’apertura antropologica alla trascendenza verso il bene, per l’altro, a Dio ma anche una rivalutazione della comunità a livello locale e globale come spazio costituito di volti da incontrare.
Una rinnovata coscienza di essere credenti nel mondo, testimoni della verità che rende liberi (cfr. Gv 8,32), potrà generare un audace impegno per il bene comune.
[1] J. Ratzinger, Ciò che tiene unito il mondo, in J. Ratzinger – J. Habermas, Etica, religione e Stato liberale, Morcelliana, Brescia 2005, 44-45.
[2] L. Congiunti, Lineamenti di filosofia della natura, Urbaniana University Press, Città del Vaticano 20162, 287.
[3] Cfr. Ivi.
[4] Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, 1965, n. 26, in https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651207_gaudium-et-spes_it.html (consultato il 17.03.2026).
[5] Cfr. B. J. F. Lonergan, Il metodo in teologia, Città Nuova, Roma 2001.
[6] Cfr. L. Sandonà, Aperture. Dialogici e integrali, in L. Bacchetti – P. Coda – U. Morelli – L. Sandonà, Dialogo dunque sono. Come prendersi insieme cura del mondo, Città Nuova, Roma 2019, 96-101.

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