
In seguito al contributo del Prof. Leonardo Salutati, il nostro approfondimento sul rapporto tra fede e violenza continua con un’interessante riflessione del Prof. Gianpaolo Lacerenza, il quale richiama il credente alla sua “vocazione nella comunità politica” e ad alcuni criteri per il discernimento morale.

Arduo diventa il compito di prendere posizione a partire da ciò che ascoltiamo. Tuttavia appare complesso, come ha sottolineato il prof. Salutati, scegliere parole autorevoli. Ovvero, ad esempio, la Parola di Dio, per un credente, «determina il modo di capire, di agire e di sentire», ma lo stesso potrebbe essere determinato da altri linguaggi se la coscienza personale decide di lasciarsi performare.
Stiamo assistendo ad uno scenario sociale indecoroso, dove la violenza verbale e gestuale è globalizzata. Sembra quasi necessario assumerla, soprattutto nell’agone politico, facendo leva sulle proprie convinzioni politiche e addirittura sulle proprie appartenenze religiose. In primis nella nostra Italia assistiamo da anni ad accuse “violente” tra governo e opposizioni tutte articolate sulla cultura del “contro l’altro”, sempre e a prescindere. Tali esempi anti-educativi, da entrambi le parti, cavalcano l’onda del (pseudo)-consenso, con la gravissima responsabilità morale di evocare sommessamente le proprie radici storico-religiose-ideologiche, quasi come “giustificazione”. È sotto gli occhi di tutti, invece, che l’amara verità è l’emorragia partecipativa alla democrazia.
A livello internazionale si susseguono violenze in nome di ragioni storiche, politiche e purtroppo anche religiose, queste ultime a volte esplicite e più spesso implicite. Inoltre si ergono persone ad emblemi di pacificazione in varie parti del mondo, dimenticando che all’interno dei propri assetti governativi la violenza è parte di una struttura politica di pensiero e di azione.
Nella kermesse per la tragica e ingiusta uccisione di Charlie Kirk, il presidente Trump ha “usato” il rapporto fede-violenza cercandone una conciliazione politica, proprio in un contesto cristiano di commemorazione di una morte ingiusta. Poco prima la moglie di Kirk aveva espresso sentimenti di perdono per gli uccisori del marito. Eppure Trump, scusandosi con la moglie di Kirk, ha affermato: «Io odio i miei avversari e non voglio il meglio per loro».[1]
Le “ambiguità religiose” non sono ammesse tra i cristiani
La bellezza della democrazia è proprio nella capacità di saper stabilire al suo interno la giusta separazione tra i poteri, la laicità dello Stato, la libertà religiosa. In questo ambito sia la Costituzione Gaudium et spes che la Dichiarazione Dignitatis humanae hanno affermato come il diritto alla libertà religiosa non deve esporsi ad ambigui fini in quanto «si deve evitare ogni modo di procedere in cui ci siano spinte coercitive o sollecitazioni disoneste o stimoli meno retti, specialmente nei confronti di persone prive di cultura o senza risorse: un tale modo di agire va considerato come abuso del proprio diritto e come lesione del diritto altrui» (DH, n. 4).
Insieme a questo principio di fondo – che credenti di qualunque fede devono ritenere nella loro professione di fede pubblica, evitando, appunto, in forza del proprio diritto, le “sollecitazioni disoneste o stimoli meno retti” – credo sia altrettanto importante sottolineare come nondimeno i cristiani appartenenti alla Chiesa cattolica, a livello pubblico, siano chiamati a promuovere l’unità, ad elevare la dignità della persona umana e a costruire il bene comune. Infatti in forza della «propria speciale vocazione nella comunità politica» (GS, n. 75) esige che i cristiani debbano essere di esempio, «sviluppando in se stessi il senso della responsabilità e la dedizione al bene comune, così da mostrare con i fatti come possano armonizzarsi l’autorità e la libertà, l’iniziativa personale e la solidarietà di tutto il corpo sociale, la opportuna unità e la proficua diversità» (GS, n. 75). A tal proposito nel profetico Discorso alle Autorità Palestinesi il 25 maggio 2014, papa Francesco dichiarava che proprio la libertà religiosa manifesta la possibilità di trovare un buon accordo tra culture e religioni differenti e ciò testimonia che le cose che abbiamo in comune sono così tante e importanti che è possibile individuare una via di «convivenza serena, ordinata e pacifica, nell’accoglienza delle differenze»[2] e nella gioia di essere fratelli perché figli di un unico Dio.
Criteri per un discernimento
Nel rapporto tra valori religiosi e pratiche diversificate di violenza, mi pare di poter accennare ad alcuni criteri etici che sono stati ben sintetizzati nell’ultimo capitolo dell’enciclica sociale Fratelli tutti (nn. 271-287) per distinguere una propaganda politica da una proposta a servizio del bene comune. In questa ultima parte dell’enciclica infatti papa Francesco ha testimoniato l’efficace apporto che le religioni possono offrire a servizio della fraternità universale e dell’edificazione del bene comune.
Il primo criterio è l’appello alla fraternità come possibilità di vita sociale, antidoto principale ad ogni forma di violenza egoistica anche derivante dalla manipolazione delle religioni. Infatti l’anelito alla fraternità è proprio della dimensione politica dell’esistenza. Implica una costante attenzione da parte di tutte le religioni alla dignità umana di ogni persona, al bene comune e allo sviluppo umano integrale. Se pensiamo poi al messaggio salvifico di Gesù, la comunità dei credenti riceve la missione di adoperarsi per la promozione dell’uomo e della fraternità universale, in quanto Gesù stesso è la sorgente di dignità umana e di fraternità. (cfr. FT, nn. 271-276)
Un secondo criterio per distinguere una propaganda politica “violenta” da una testimonianza di servizio al bene comune è la deformazione. Papa Francesco scrive che tanto più è profonda, solida e ricca un’identità religiosa, tanto più potrà arricchire gli altri. Questo non significa renderci tutti più light, ma mostrare con lealtà le proprie convinzioni di fede senza deformarle di modo che «alcuni aspetti della nostra dottrina, fuori dal loro contesto, non finiscano per alimentare forme di disprezzo, di odio, di xenofobia, di negazione dell’altro. La verità è che la violenza non trova base alcuna nelle convinzioni religiose fondamentali, bensì nelle loro deformazioni» (FT, n. 282). Riprendendo quanto già espresso in precedenza, armonizzare contestualmente l’opportuna unità e la proficua diversità.
Un altro criterio di discernimento è l’imprudenza dei leader. Chi riveste ruoli di responsabilità, come i leader religiosi, e aggiungiamo anche coloro che per responsabilità politiche si rendono impropriamente pseudo-leader religiosi hanno il compito di essere «dialoganti» e «mediatori», perché il comandamento della pace è «inscritto nel profondo delle tradizioni religiose». (FT, n. 283-284). Il potere che si fa religione, pericolo che riecheggia nella storia, è un uso perverso oggi della religione soprattutto da parte di leader politici come quelli di Hamas, lo stesso Netanyahu, Trump e non ultimo Putin, nei quali «l’evocazione di Dio risponde alla finalità perversa di esercitare la violenza della distruzione senza rimorso in quanto compiuta nel nome del Bene».[3]
Un ultimo criterio di discernimento morale è che le religioni non incitano mai alla guerra, non sollecitano «sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue» (FT, n. 285). L’enciclica Fratelli tutti si conclude proprio con quell’appello di pace, giustizia e fraternità del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune (4 febbraio 2019) firmato congiuntamente da papa Francesco e il Grande Immam Ahmad Al-Tayyeb. Di per sé è una chiara denuncia ad ogni forma di violenza verbale, strutturale e relazionale, posta nel nome di Dio. Dalle urla fanatiche di odio alla chiamata universale ad essere artigiani della pace si snoda l’itinerario lungo e faticoso dell’intera umanità (cfr. FT, nn. 283-285).
Dalla violenza alla speranza
Il noto biblista André Wénin nel 2005 ha scritto un libro dal titolo Dalla violenza alla speranza. Cammini di umanizzazione nelle Scritture. L’autore sviluppa il paradigma biblico della violenza che tocca tutti, a volte come vittime, a volte come autori, e attraversa profondamente tutte le Scritture. Non parliamo solo della violenza delle guerre e degli omicidi, bensì anche quella sottile e quotidiana che si gioca all’interno delle relazioni familiari, che dolorosamente a volte non si riesce a smascherare.
Il libro di Wénin termina presentando la città dell’Apocalisse (Ap 21), brano biblico che conclude la Bibbia, apertasi con il giardino dell’Eden e con Babele. Le città, costruite per potersi sentire a casa dopo la cacciata dall’Eden, sembrano però qui un’utopia. Le nostre città sono luoghi dove spesso si fa infatti esperienza di violenza. Con Wénin vogliamo compiere uno scatto di speranza e credere che la nuova Gerusalemme sarà donata come sogno di Dio affinché la vita comunitaria permetta la piena realizzazione di ognuno nella sua singolarità.
È il dono della pace, al quale si aprono coloro che lasciano lo spazio all’alterità, alla propria e a quella altrui e «rinunciano alla logica di Caino e di Babele per sposare quella dell’alleanza, della quale la Gerusalemme dei salmi e quella dell’Apocalisse sono il luogo di riferimento simbolico».[4]
[1] https://www.youtube.com/shorts/Nrfb9RLFGAE
[2] Cfr. https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2014/may/documents/papa-francesco_20140525_terra-santa-autorita-palestinesi.html
[3] Cfr. M. Recalcati, Il potere che si fa religione, La Repubblica, 3 settembre 2025.
[4] A. Wènin, Dalla violenza alla speranza. Cammini di umanizzazione nelle Scritture, Qiqajon 2005, 249.

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