Costruttori “evangelici” di Pace

Dopo il contributo del Prof. Gianpaolo Lacerenza, il nostro approfondimento sul rapporto tra fede e violenza si chiude con delle provocazioni da parte di S.E. Mons. Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi – Italia, il quale, rispondendo alla domanda posta due settimane fa da Alessandro Laterza, richiama i cristiani ad avere davanti a sé la persona di Gesù Cristo, con il suo Vangelo e la sua vita.

Mons. Giovanni Ricchiuti, Vescovo Emerito di Altamura – Gravina – Acquaviva delle Fonti.
Nato a Bisceglie nel 1948, dopo l’Ordinazione Sacerdotale prosegue gli studi a Roma presso il Pontificio Istituto Biblico. Dopo aver ricoperto diversi incarichi nell’arcidiocesi di Trani – Barletta – Bisceglie, viene nominato rettore del Pontificio Seminario Regionale “Pio XI” nel 1994. Nel 2005 riceve l’Ordinazione Episcopale per l’arcidiocesi di Acerenza; nel 2013 viene nominato vescovo della diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva.
Dal 2014 è il Presidente del Consiglio nazionale dell’Associazione “Pax Christi”.

Alessandro carissimo,

sono stato invitato, come vescovo e presidente di Pax Christi – Italia, dai cari amici di Pro mundi vita, a rispondere alla tua domanda nella quale tu, da giovane credente e da studente universitario, mi chiedi, in un momento così difficile di questa guerra “a pezzi” in ben 62 angoli di questa “nostra madre terra” – in particolare riguardo al conflitto russo-ucraino e al genocidio del popolo palestinese da parte di Israele – come distinguere, nel mare di invocazioni di pace, un autentico e sincero appello alla riconciliazione da voci ipocrite che «parlano di pace, ma nel cuore hanno la guerra» (Sal 27,3).

Qualche secolo dopo la composizione di questo Salmo – mi permetto di ricordarlo a te che stai studiando Storia – lo storico romano Tacito pose in bocca al britanno Calcago queste parole per denunciare l’ipocrita ricerca della pace da parte dell’impero romano mentre devastava territori e popoli: «Fanno il deserto e lo chiamano pace». In questi giorni, in particolare dall’inizio del febbraio 2022, stiamo ascoltando e assistendo a fiumi di parole e di discorsi dei vari politici che, mentre da una parte desiderano la pace, dall’altra indicano nelle armi, negli eserciti, nei bombardamenti, negli scontri tra carri armati e con l’aiuto dei droni militari la soluzione dei vari conflitti. Mai, o quasi mai, il ricorso a far tacere le armi, a cessare il fuoco e a mettere in atto scelte coraggiose di negoziati e di dialogo come strade che portino alla soluzione dei conflitti. Ritornando alla tua domanda, come giovane credente, comincio con il ricordarti che è nel Vangelo la risposta, là dove Gesù invia i suoi discepoli ad annunziare la Buona Notizia dopo averli salutati con: «Pace a voi»!  e ricordando loro che dovevano alzarsi in piedi pronti a percorrere le strade del mondo entrando nelle case con il saluto: «Pace a questa casa»!  E quei dodici apostoli si misero in cammino portando con sé la memoria di quel Gesù di Nazareth, il loro Maestro, che aveva accolto tutti, che aveva indicato la mitezza, la non-violenza e l’artigianato della pace come scelte irrinunciabili della Chiesa e di ogni cristiano; che aveva insegnato a non rispondere con la violenza, ma con la non-violenza; che durante la sua passione aveva rinunciato a forme di difesa intimando a Pietro di rimettere la spada nel fodero perché «chi di spada ferisce, di spada perisce»; che aveva invitato il soldato che lo aveva schiaffeggiato a dialogare con lui; che nell’affamato, nell’assetato, nel senza-casa, nell’ammalato, nel carcerato e nello straniero di ogni tempo c’era Lui! Che dalla croce e sulla croce aveva perdonato i suoi nemici.

Alessandro carissimo, non sarà difficile, alla luce di questo richiamo al Vangelo, «saper distinguere una buona testimonianza cristiano-politica dalla pura propaganda». L’aver talvolta dimenticato o perso di vista l’orizzonte evangelico ha fatto sì che nella bimillenaria storia della Chiesa più che la croce è stata la spada a essere stata scelta come mezzo di risoluzione dei conflitti. Soprattutto quell’Europa le cui “radici cristiane” – cattolici, ortodossi, protestanti – non hanno dato frutti di giustizia, di non-violenza e di pace. Anzi, nel nome di Dio hanno determinato e giustificato violenze e guerre! Per un giovane credente, pacifico e nonviolento non sarà difficile allora operare quella distinzione di cui tu parli nella domanda. Chi ama la pace, quella appunto che solo Gesù Cristo ha portato, non può e non deve cedere a parole e comportamenti violenti, se chiamato poi a servire il proprio Paese nella politica deve essere operatore di scelte di riconciliazione e di pace: disarmare appunto la politica perché si mettano in azione progetti, cammini e scelte di vita e non di morte.

Volere la pace e riempire allo stesso tempo gli arsenali con ingentissime somme di denaro pubblico, volere la pace e odiare quanti cercano, fuggendo dai loro paesi, un po’ di umana dignità, volere la pace e poi permettere di propagandare nelle scuole la scelta militare a sfavore di un bel servizio civile, tutto questo crea confusione e amarezza. Il giovane credente, alla luce di questa riflessione, avrà davanti a sé tante, tante domande ma avrà certamente davanti a sé la persona di Gesù Cristo e del suo vangelo. «Dai loro frutti li riconoscerete» ebbe a dire Gesù (Mt15-20), indicando che i veri cristiani si distinguono più dai “frutti” che producono e meno dalle “sterili” parole di propaganda.

Alessandro carissimo, ti auguro di essere di quei giovani credenti che hanno “visioni” e orizzonti di giustizia e di pace, che hanno il coraggio di camminare “sui sentieri” del profeta Isaia, che provano ad essere felici perché non violenti e costruttori di pace e che sanno smascherare le ipocrisie di coloro per l’appunto che «parlano di pace, ma nel cuore hanno la guerra»! E auguri per i tuoi studi universitari!

SHALOM, SALAM, PACE!

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