
Il nostro approfondimento mensile, aperto dalla domanda di Tony Sciacovelli, riguardante il tema della Coscienza morale nella Costituzione pastorale Gaudium et spes, si conclude oggi con un contributo del prof. Antonio Donato, che offre un richiamo, attraverso uno sguardo complessivo ai documenti conciliari, alla dimensione intrinsecamente relazionale della Coscienza.

Ha conseguito la licenza in Teologia Morale nel 2010 presso l’Accademia Alfonsiana e il Titolo di Dottore in Teologia Morale nel giugno 2014 con una ricerca sul pensiero e la proposta morale del Redentorista Domenico Capone. Dal 2015 Insegna presso l’Accademia Alfonsiana e dal 2018 presso la Pontificia Università Lateranense. È stato nominato preside dell’Accademia Alfonsiana per il quadriennio 2023-27.
Fa sempre riflettere il fatto che il Vaticano II all’inizio del n. 16 della Costituzione pastorale Gaudium et spes esplicita, o se vogliamo giunge a definire la relazione coscienza-legge facendo ricorso ad un verbo, “scoprire”, espressivo di un compito consegnato all’uomo (cfr. Sir 15,14).
«Nell’intimo della coscienza» – leggiamo nel testo conciliare – «l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi». Tale legge è «scritta da Dio dentro al suo cuore» e «obbedire è la dignità stessa dell’uomo» (Gaudium et spes, 16). Quest’ultima, come scrivono più avanti i Padri conciliari, «trova proprio in Dio il suo fondamento e la sua perfezione: l’uomo riceve da Dio Creatore (cfr. GS, 12-13) le doti di intelligenza (cfr. GS, 15) e di libertà (cfr. GS, 17) ed è costituito nella società, ma soprattutto egli è chiamato a comunicare con Dio stesso in qualità di figlio e a partecipare alla sua stessa felicità» (cfr. GS, 21).
La dignità sublime, rievocata sopra con il rimando al n. 21, a cui è innalzato l’uomo in quanto creato e chiamato alla comunione con Dio (cfr. GS, 19) aiuta a leggere e comprendere non in senso “a-personale” ma profondamente “relazionale” la suddetta relazione coscienza-legge. Ne è un’esemplificazione l’uso del termine “voce”, che nel n. 16 di Gaudium et spes ricorre due volte. La prima, appellante l’uomo, è collegata alla legge «la cui voce che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente dice alle orecchie del cuore: fa questo, fuggi quest’altro» (GS, 16). La seconda è invece espressiva della “vicinanza” all’uomo di Dio «la cui voce risuona nell’intimità propria» (Ibid.), ovvero l’interiorità profonda alla quale l’uomo «torna, quando si volge al cuore, là dove lo aspetta quel Dio che scruta i cuori, là dove sotto lo sguardo di Dio egli decide del suo destino» (GS, 14).
L’amore, matrice e cifra unificante la persona
La lettura sincronica del dettato conciliare, nonché i richiami e i rimandi tra lemmi ricorrenti, come appunto il termine voce, permettono, a nostro avviso, di comprendere “coscienza” e “legge” non come realtà antagoniste, ma piuttosto in una costitutiva reciprocità che trova nell’amore ‘da’ Dio (dilexit nos) e ‘in’ Dio (dilexi te) la matrice e la cifra unificante. «Fin dal suo nascere l’uomo è invitato al dialogo con Dio: non esiste, infatti, se non perché, creato per amore da Dio, da lui sempre per amore è conservato, né vive pienamente secondo verità se non lo riconosce liberamente e se non si affida al suo Creatore» (GS, 19).
L’altezza di tale “verità” (cfr. Optatam totius, 16), come indicano, in più luoghi, i Padri conciliari, si rivela nell’intimo dell’uomo, nella sua coscienza, e suo tramite si dà a conoscere (cfr. GS, 16), s’invera non imponendosi ma “lasciandosi scoprire” in tutto il suo mistero d’amore che, rivelandosi «svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» (GS, 22). Una tale “possibilità” offerta all’uomo è segno altissimo, in lui, dell’immagine divina (GS, 17), come evidenzia il Concilio. «Dio volle, infatti, lasciare l’uomo in balia del suo proprio volere (Sir 15,14), così che esso cerchi spontaneamente il suo Creatore, e giunga liberamente, con l’adesione a lui, alla piena e beata perfezione» (Ibid.). È quindi la stessa, e potremmo dire originaria dignità dell’uomo ad esigere «che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere, mosso cioè e indotto da convinzioni personali, non per un cieco impulso interno o per mera coazione esterna. Ma tale dignità l’uomo la ottiene quando, liberandosi da ogni schiavitù di passioni, tende al suo fine con scelta libera del bene, e si procura da sé e con la sua diligente iniziativa i mezzi convenienti» (Ibid.), conscio che pur ferita dal peccato la sua libertà può, con l’aiuto della grazia, rendere pienamente efficace l’ordinazione fondamentale verso Dio (cfr. Ibid.).
La matura consapevolezza di essere “persona in relazione”
Appare chiaro, nel ragionare dell’Assise conciliare, che l’istanza costitutiva del dover essere persona,che l’uomo avverte nel proprio intimo, è portata a “compimento” nella vita attraverso scelte libere “situate”, ovvero attuate, realizzate, con la maturata “consapevolezza” di essere “persone in relazione”, con Dio, con sé stessi, con gli altri e con il creato. «Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l’uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo ultimo fine, e al tempo stesso tutto il suo orientamento sia verso sé stesso, sia verso gli altri uomini e verso tutte le cose create. Così l’uomo si trova in sé stesso diviso» (GS, 13). Una tale “divisione”, mette in crisi, paradossalmente, anche la ricerca “quotidiana” della verità, che, come già evidenziato, non è per il Vaticano II mera «licenza di fare qualunque cosa purché piaccia, anche il male» (GS, 17), ma piuttosto “frutto” di un cammino condiviso – «i cristiani si uniscono agli altri uomini» – che «in fedeltà alla coscienza», s’impegna a «cercare la verità» e a «risolvere secondo verità tanti problemi morali, che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale» (cfr. GS, 16). Non a caso, sottolinea sempre il Concilio, «quanto più prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità» (Ibid.).
La strada per una formazione veramente umana
Da qui l’assunzione di responsabilità e l’impegno fattivo per la formazione della coscienza che il Vaticano II, soprattutto nel cap. IV della parte prima della Gaudium et spes ci sembra declinare comecompito di “reciproco, mutuo aiuto” Chiesa-Mondo. La prima, evidenziano i Padri conciliari, «cammina insieme con l’umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena (…). Con i singoli suoi membri e con tutta intera la sua comunità, crede di poter contribuire molto a rendere più umana la famiglia degli uomini e la sua storia. (…) Al tempo stesso essa è persuasa che molto e in svariati modi può essere aiutata nella preparazione del Vangelo dal mondo, sia dai singoli uomini sia dalla società umana, con le loro doti e la loro operosità» (GS, 40).
Per «accrescere tale scambio, soprattutto ai nostri giorni in cui i cambiamenti sono così rapidi e tanto vari i modi di pensare, la Chiesa ha bisogno particolare dell’aiuto di coloro che, vivendo nel mondo, sono esperti nelle varie istituzioni e discipline, e ne capiscono la mentalità, si tratti di credenti o non credenti» (GS, 44). Ne segue, tra altri, il dovere, come sottolineano i Padri conciliari, «di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l’aiuto dello Spirito Santo, di ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta» (Ibid.).
Parole e prassi quanto mai attuali che i 60 anni dalla promulgazione della Costituzione pastorale Gaudium et spes ripresentano alla nostra attenzione, provocando e interpellando le nostre coscienze nonisolate! (cfr. Evangelii gaudium, 2)

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