
L’approfondimento di questo mese sull’Esortazione apostolica Dilexi te di Leone XIV si conclude con un contributo del prof. Gianpaolo Lacerenza, il quale sviluppa la sua riflessione a partire da due punti ispirati all’esortazione: i poveri come nucleo incandescente della missione ecclesiale e la teologia morale a servizio della giustizia sociale.

In questo mese il percorso che abbiamo intrapreso è partito dalla domanda di uno studente della Facoltà Teologica Pugliese, Gianluca Spagnuolo, il quale ha chiesto di declinare in ambito ecumenico, pastorale e teologico-morale l’esortazione apostolica sull’amore verso i poveri Dilexi te di papa Leone XIV.
Mi sembra emblematico il fatto che il prof. Taneburgo abbia subito citato l’Unitatis Redintegratio a dimostrare che sin dai tempi del Concilio Vaticano II l’orientamento ecumenico era verso una cooperazione stabile e concreta coi fratelli di altre confessioni cristiane nel difficile campo delle sfide sociali, soprattutto le povertà emergenti (cf. n.12). È noto, infatti, che in ambito migratorio, carcerario e di altre povertà sociali, sono presenti numerose forme di collaborazione tra cristiani, a partire dalla medesima ispirazione biblico-teologica della povertà e dei poveri.
Nella prospettiva di don Lino Modesto che vive come direttore a servizio della Caritas dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, è stato espresso con lucidità il persistente scarto che vivono ancora le comunità tra fede/culto e carità/assistenzialismo. Le provocazioni dell’esortazione Dilexi te – scriveva il direttore della Caritas – devono sollecitare un’attenzione ai poveri che non può ridursi a prassi pastorale, ad una «attività», ma crescere come stile, quello dell’incarnazione.
Proprio a partire da questo vorrei proseguire una riflessione che si articolerà in due passaggi ispirati all’esortazione di papa Leone: i poveri cuore della missione ecclesiale; la teologia morale a servizio delle strutture di giustizia sociale.
Nucleo incandescente e corrente viva della missione ecclesiale
I molti pregiudizi ideologici, afferma il papa, che attraversano la società e la stessa comunità cristiana, hanno creato una mentalità culturale per cui le persone si trovano a vivere disagi perché «non hanno acquistato dei “meriti”» che gli hanno portati ad avere condizioni migliori, oppure hanno scelto di proposito la povertà o ancor peggio è capitato loro di nascere e vivere in Paesi poveri dove non sanno sfruttare le risorse naturali che invece arricchiscono alcune élite di ricchi (cf. DT, nn. 11-14). Anche i cristiani si lasciano contagiare da atteggiamenti condizionati da «ideologie mondane o da orientamenti politici ed economici che portano a ingiuste generalizzazioni e a conclusioni fuorvianti» (DT, n. 15), forse perché ci sentiamo «più a nostro agio senza i poveri» (DT, n. 114).
A tal proposito l’esortazione, nel suo terzo capitolo, descrive e dimostra come la pluralità di carismi che ha suscitato una «fantasia della carità» (Giovanni Paolo II) ha ispirato una riflessione teologica sull’esercizio della carità, sistematizzata in maniera del tutto originale nelle istanze etiche e pastorali della Dottrina Sociale della Chiesa, capitolo quarto del documento. Potremmo dire che la circolarità tra esperienza carismatica, teologia e magistero, oggetto di studio dello scorso Convegno della Facoltà teologica pugliese (Da san Francesco a Francesco: carisma, teologia, magistero, 28 aprile 2026), ha una sua particolare manifestazione proprio nella diaconia verso i poveri.
Il vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri, tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a farci vicini ai poveri(cf. LG, n. 8; EG, n. 48) è la traccia costante sulla quale la comunità cristiana, nel corso della storia e ancora oggi, è chiamata a misurare la sua adesione totale al mistero di Cristo. Con coraggio papa Leone ha affermato che ogni rinnovamento ecclesiale ha sempre avuto fra le sue priorità questa attenzione preferenziale ai poveri, che si differenzia, sia nella motivazione che nello stile, da ciò che in maniera encomiabile compiono le organizzazioni umanitarie (cf. DT, n. 103). L’amore verso coloro che soffrono le più gravi e disparate condizioni di sfilacciamento della dignità umana è garanzia di una comunità cristiana fedele alla missione salvifica di Gesù.
Per spiegare questo, Leone XIV si serve di due immagini belle e suggestive che con franchezza evangelica ci aiutano a considerare i poveri e le povertà non un problema sociale di pochi, ma una «questione familiare» della Chiesa (cf. DT, n. 104). La prima immagine è il fuoco e viene espressa in questo modo: «Il fatto che l’esercizio della carità risulti disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale, mi fa pensare che bisogna sempre nuovamente leggere il Vangelo per non rischiare di sostituirlo con la mentalità mondana» (DT, n. 15). La seconda immagine è l’acqua e si richiede di non dimenticare i poveri per non uscire da quella «corrente viva della Chiesa che sgorga dal Vangelo e feconda ogni momento storico» (DT, n. 15) e perciò diventa essenziale immetterci «in questo fiume di luce e di vita che proviene dal riconoscimento di Cristo nel volto dei bisognosi e dei sofferenti» (DT, n. 103).
La teologia morale a servizio delle strutture di giustizia sociale
Nella prima enciclica di papa Leone XIV, Magnifica Humanitas sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale (15 maggio 2026), è presentato il principio di giustizia sociale come «forma concreta di sequela di Gesù e di fedeltà al suo Vangelo» (MH, n. 77). Il testo, poi, afferma che la giustizia nasce e si compie nella fraternità, e non riguarda solo i comportamenti dei singoli, ma anche il modo in cui sono presentate e organizzate le strutture della convivenza, i cui meccanismi, assetti economici e culturali producono disuguaglianza quasi automaticamente. Credo, pertanto, sia necessario un ritorno forte della teologia morale nella ricerca di quelle strutture di ingiustizia che il magistero ha indicato anche come «strutture di peccato sociale», che la Dilexi te (nn. 90-98) ha rilanciato riprendendo i percorsi avviati dalle Conferenze Generali dell’Episcopato Latino-Americano. In due direzioni credo sia fattibile questa ripresa di un tema forse tralasciato dalla teologia per troppo tempo o relegato pregiudizialmente ad una sola area geografica.
La prima direzione la colgo da ciò che il prof. Autiero ha espresso in un suo articolo: «Per la teologia cristiana la percezione di queste devastanti proporzioni sia di analisi che di apporto risolutivo rende chiara la necessità di approcci multidisciplinari e interagenti, che incrociano la complessità dei fenomeni: il dialogo con le scienze sociali, le filosofie politiche, le etiche sociali, i disegni di società e le diverse visioni antropologiche si fa cogente e chiede alla teologia di superare una sua presunta autoreferenzialità e ingenua autosufficienza»[1]. La vocazione propria della teologia morale è quella di coniugare e mediare i vari approcci sui poveri e le povertà affinché le prassi consolidate di sfruttamento e oppressione siano riconducibili alla responsabilità di singoli, di gruppi e di sistemi che esercitano il potere. L’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria, negando il diritto di controllo degli Stati, ad esempio, sviluppano una «tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole» (DT, n. 92). Papa Leone ha ribadito con forza che la mancanza di equità è la radice dei mali sociali, la cui ricaduta è in carico ai luoghi, alle case, alle città, all’ambiente, dove tutto crolla in un degrado assurdo e ingiusto.
La seconda direzione cui è chiamata la teologia morale è quella di promuovere e incentivare una nuova formazione catechetica per le comunità insieme ai poveri. Il deterioramento della società colpisce direttamente coloro che soffrono pertanto «la purezza della fede non deve essere disgiunta dalla preoccupazione di dare, mediante una vita teologale integrale, la risposta di un’efficace testimonianza di servizio del prossimo, e in modo tutto particolare del povero e dell’oppresso» (DT, n. 98). A partire da chi ha responsabilità ministeriali a vario titolo è importante costruire un percorso formativo catechetico dove le persone in disagio sociale siano soggetti di evangelizzazione.
I teologi morali avrebbero il compito di accompagnare questa formazione catechetica che dia la parola ai poveri nelle nostre comunità, in quanto «l’esperienza della povertà dà loro la capacità di riconoscere aspetti della realtà che altri non riescono a vedere, e per questo la società ha bisogno di ascoltarli» (DT, n. 100). Lo studio e i criteri di discernimento per riconoscere le ferite che le strutture di ingiustizia a livello locale e globale infliggono, esige che i poveri siano ascoltati dalla Chiesa e apprezzati nel loro modo popolare di vivere la fede: «Giorno dopo giorno, i poveri diventano soggetti di evangelizzazione di promozione umana integrale […]. Alla luce del Vangelo ne riconosciamo l’immensa dignità e il valore sacro agli occhi di Cristo, povero come loro ed escluso tra loro. Da questa esperienza di fedeltà, condivideremo con loro la difesa dei loro diritti» (DT, n. 100). Anche la teologia morale deve riconoscere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso le persone che sono in disagi strutturali, in quanto esse sono fonte di una particolare saggezza (cf. DT, n. 102).
L’augurio è che davvero possiamo investire le discipline teologiche nella ricerca e nella soluzione delle cause che riducono a povertà e miseria molte persone nel pianeta, sapendo che non si tratta di «”portar loro” Dio, ma di incontrarlo presso di loro […]. La Chiesa, quindi, quando si china a prendersi cura dei poveri, assume la sua postura più elevata» (DT, n. 79).
[1] A. Autiero, «Strutture di ingiustizia: economia, lavoro, diritti», in Credere Oggi 44(2024)3, 13.

Lascia un commento