Poveri e desiderio di unità

L’approfondimento di questo mese verte sull’Esortazione sull’amore verso i poveri Dilexit te, prima esortazione di papa Leone XIV, con la quale il pontefice lascia evincere la significativa attenzione verso i poveri e alle questioni sociali come tassello fondamentale del suo pontificato, in continuità con il magistero del predecessore Papa Francesco. La riflessione viene aperta dalla domanda di Gianluca Spagnuolo. Il contributo di questa settimana è offerta dal Prof. Pier Giorgio Taneburgo.

Gianluca Spagnuolo, originario di Manfredonia, é frate della Provincia religiosa dei Frati Minori Cappuccini di Sant’Angelo e Padre Pio (Foggia). Attualmente vive nella Fraternità di Formazione Iniziale Specifica, presso il convento di Santa Fara in Bari. È iscritto al V anno presso la Facoltà Teologica Pugliese – Istituto “S. Fara.

 

 

 

Alla luce della Dilexi te di papa Leone XIV, in che modo l’attenzione ai poveri é un luogo teologico capace di interpellare e mettere in dialogo anche le diverse confessioni cristiane? In che modo può diventare maggiormente prassi pastorale concreta e come proseguire uno spazio di riflessione teologico-morale?

Pier Giorgio Taneburgo, frate minore cappuccino di Puglia, docente stabile associato di Teologia ecumenica presso la Facoltà Teologica Pugliese. Già ministro provinciale dei Frati Minori Cappuccini di Puglia, ha insegnato nel Seminario Interdiocesano “Papa Giovanni Paolo II” di Scutari e fa parte della Rete Teologica Mediterranea. Tra i saggi pubblicati: L’ecumenismo delle radici. Cristiani ortodossi ed ebrei: storia dei rapporti, prospettive di dialogo (2017); L’ecumenismo del cuore. In cammino con il Consiglio Ecumenico delle Chiese (2022); Giubilei per l’ecumene (2025).

I poveri ci uniscono sempre, si potrebbe dire, esattamente come i santi, visto che l’ecumenismo della santità – specialmente quello dei martiri – è uno dei più convincenti (cfr. Tertio Millennio Adveniente n. 37, 10 novembre 1994), secondo il giudizio di san Giovanni Paolo II. Il binomio povertà-poveri e il desiderio di unità fra i cristiani o di dialogo fra le diverse religioni possono procedere tranquillamente insieme. Ai tempi del concilio Vaticano II si è discusso e approvato molto circa la chiamata della Chiesa a lasciarsi evangelizzare dai poveri.

In merito al dialogo ecumenico venne promulgato il 21 novembre 1964 il decreto Unitatis Redintegratio che, alla fine del cap. II su «l’esercizio dell’ecumenismo», si sofferma sulla cooperazione stabile e concreta coi fratelli di altre confessioni cristiane nel difficile campo delle sfide che colgono la società civile, «sia facendo stimare rettamente la dignità della persona umana, sia lavorando a promuovere il bene della pace, sia applicando socialmente il Vangelo, sia facendo progredire con spirito cristiano le scienze e le arti, come pure usando rimedi d’ogni genere per venire incontro alle miserie del nostro tempo, quali sono la fame e le calamità, l’analfabetismo e l’indigenza, la mancanza di abitazioni e l’ineguale distribuzione della ricchezza. Da questa cooperazione i credenti in Cristo possono facilmente imparare come ci si possa meglio conoscere e maggiormente stimare gli uni e gli altri, e come si appiani la via verso l’unità dei cristiani» (UR n. 12, EV 1: 537). Se questo paragrafo fosse scritto nei nostri giorni, conterrebbe certamente un riferimento esplicito anche al grave problema delle migrazioni che nel tempo non si sono ridotte, ma se mai acuite e riproposte nella loro assoluta tragicità.

Non è un caso che i volontari cattolici e quelli della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, fianco a fianco, accolgano i migranti – quasi ogni giorno – al molo Favaloro dell’isola di Lampedusa. Che se l’attenzione di tutti oggi è posata sulle vicende e i problemi nello stretto di Hormuz, per il transito quotidiano della ricchezza e dei petroldollari, da ben più lungo tempo la morte, i bambini piccoli e tantissimi giovani si danno appuntamento nelle acque insidiose del mar Mediterraneo. È anche per questo motivo che abbiamo appreso con trepidazione la notizia della visita che papa Leone farà a Lampedusa il prossimo 4 luglio, in continuità con quella di papa Francesco nel 2013. Così i poveri e i migranti sono spesso assimilati nello stesso destino e nelle città del terzo millennio avanzato le classi sociali registrano questo tipo di gravissima povertà ed esclusione.

Le vicende del Vaticano II, però, non si esauriscono al decreto sull’ecumenismo e all’attenzione agli indigenti del n. 12. Un gruppo qualificato di padri sentì l’esigenza di esporsi in maniera più diretta. Vincendo ritrosie e comprensibili giudizi, scelsero di vivere un’esperienza particolarissima alle catacombe di Domitilla, a Roma, il 16 novembre 1965. Erano senza nome, ossia senza ricercare la vetrina né la pubblicità, ma poi fu ricomposto l’elenco di coloro che vollero sottoscrivere il cosiddetto Patto delle Catacombe. Celebrarono una Messa in quel luogo carico di memorie dolorose e rifletterono sul ruolo dei poveri nella Chiesa. Di italiani era presente un solo pastore, mons. Luigi Bettazzi, all’epoca vescovo ausiliare di Bologna, poi ad Ivrea e presidente di Pax Christi Italia. Pur non esistendo un elenco ufficiale dei 39 vescovi partecipanti, la maggioranza proveniva dall’America Latina[1]. L’opzione preferenziale per i poveri, già tutta scritta nella teologia della liberazione, restò di sicuro anche nel cuore e nei pensieri di san Paolo VI. I firmatari conclusero i 13 differenti punti del Patto con l’invocazione misurata e coinvolgente: «Aiutaci, Dio, a essere fedeli». In verità tutta la questione meriterebbe di essere riscoperta e quello stesso Patto andrebbe ristudiato per ampliarlo ed evidenziare le implicazioni per l’oggi, a più di sessant’anni di distanza.

Pastoralmente bisogna giungere a papa Francesco per registrare l’istituzione della Giornata mondiale dei Poverinel 2016, a conclusione del Giubileo della Misericordia, fissata nella domenica che precede la solennità di Cristo Re. La prima Giornata si è tenuta il 19 novembre 2017, per cui si dovrebbe dire che novembre mostra un certo qual interesse a sovvenire i bisogni dei poveri, cominciando col puntare i riflettori su di loro. Naturalmente non è possibile ricordarsi dei poveri solo al pranzo di Natale o in qualche altro peculiare momento dell’anno. È a dir poco buffo che qualche giornalista ci chiami in convento, chiedendoci subito prima di Natale: «Allora, state organizzando qualcosa per i poveri della città?». In verità è assurdo e paradossale, manifestando una mentalità che tarda a scomparire. L’ideale di papa Francesco è concreto, resta sempre vivo e limpido: «Vorrei una Chiesa povera per i poveri», come disse il 16 marzo 2013, durante la prima udienza con i rappresentanti dei media (oltre 6.000 giornalisti) nell’Aula Paolo VI, tre giorni dopo la sua elezione.

Papa Leone XIV, mettendosi in quello stesso solco, ci ha regalato un’esortazione apostolica «sull’amore verso i poveri», la Dilexi te (4 ottobre 2025). Le parole di Apocalisse 3,9, «io ti ho amato», nel messaggio speciale rivolto alla chiesa di Filadelfia, aiutano a riconsiderare in profondità il senso dell’amore cristiano e a farlo diventare una vocazione per tutte e tutti, cattolici, cristiani, credenti e non credenti. Il domenicano Melchor Cano non si dispiacerà se inseriremo a pieno titolo i poveri tra i suoi loci theologici: «L’undecimo luogo della teologia è l’autorità dei poveri…». Tra le sorgenti del sapere teologico non dimenticheremo di andare a prendere acqua e dissetarci alla fonte della povertà concretamente incontrata, abbracciata, sollevata.

Vorrei concludere con le parole di san Charles de Foucauld che, ritrovando le figure dei pastori ebrei di Betlemme in Lc 2,8-20, scrisse al riguardo una meditazione stupenda: «Non disprezziamo i poveri, i piccoli, gli operai; non solo essi sono i nostri fratelli in Dio, ma sono anche quelli che nel modo più perfetto imitano Gesù nella sua vita esteriore. Essi ci rappresentano perfettamente Gesù, l’Operaio di Nazaret. Sono primogeniti tra gli eletti, i primi chiamati alla culla del Salvatore. Furono la compagnia abituale di Gesù, dalla sua nascita alla sua morte […]. Onoriamoli, onoriamo in essi le immagini di Gesù e dei suoi santi genitori (…). Prendiamo per noi (la condizione) che egli ha preso per sé (…). Non cessiamo mai di essere in tutto poveri, fratelli dei poveri, compagni dei poveri, siamo i più poveri dei poveri come Gesù, e come lui amiamo i poveri e circondiamoci di loro» (Commenti al Vangelo di Luca, Meditazione 263).

Papa Francesco ce l’ha ricordato esattamente nella VI Giornata mondiale dei Poveri, nel 2022, alla fine del Messaggio preparato per donne e uomini di buona volontà, sicuramente non solo di tradizione cattolica, ma di ogni estrazione e fede sulla faccia della Terra. Fermandoci accanto ai poveri, ci riscopriamo fratelli in umanità, molto prima che nelle sostanziali verità della fede. Ad ogni momento spetta il suo proprio ruolo, senza aver timore di poterci sporcare le mani, andare controcorrente, rispondere a quanti accusano le chiese di farsi carico di problematiche socio-assistenziali. Ben lo vediamo: sempre è il momento della povertà e della dignità restituita, della pace e della riconciliazione.

 

[1] Cf. X. Pikaza – J.A. da Silva, Il Patto delle Catacombe. La missione dei poveri nella Chiesa, EMI, Bologna 2015, un’edizione parziale in italiano, curata dalla Provincia italiana dei Missionari Verbiti, custodi delle stesse catacombe.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pagina che raccoglie i materiali, le informazioni e le riflessioni inerenti ai corsi e ai seminari del prof. Giorgio Nacci, del prof. Roberto Massaro e del prof. Gianpaolo Lacerenza. Per info contattare: info@promundivita.it

Press ESC to close