10 anni di Amoris laetitia: una grazia per la nostra diocesi di Chiavari

Anche questa settimana continuiamo a riflettere sull’Esortazione apostolica sull’amore nella famiglia Amoris laetitia. La testimonianza di don Marco Torre ci invita a volgere lo sguardo sul percorso compiuto sinora dalla Chiesa particolare di Chiavari verso quell’attenzione alle situazioni concrete e quel rinnovamento ecclesiale nella maturazione delle coscienze che l’Esortazione invita a percorrere.

Don Marco Torre, nato a Lavagna (GE) il 15 agosto 1965, presbitero dal 3 giugno 1990. Attualmente Direttore del Servizio di Pastorale Famigliare della Diocesi di Chiavari (GE) e parroco della parrocchia Plebana di S. Stefano del Ponte in Sestri Levante (GE). Inoltre, è membro del Consiglio della Scuola di Formazione Teologica della diocesi di Chiavari, membro del Collegio Consultori e del Consiglio Presbiterale della diocesi di Chiavari.

Il felice intreccio temporale fra il dono di Amoris laetitia di Papa Francesco alla Chiesa universale e il cammino sinodale della Chiesa italiana ha consentito, in questi ultimi dieci anni, l’accadere di un cammino di grazia nella nostra comunità diocesana; questo è avvenuto mentre stavamo vivendo una stagione ecclesiale di ridimensionamento depressivo, con iniziative dal fiato corto (eventi fine a sé stessi) e un clima di poca speranza, anche da parte di chi vi scrive.

Come un’alba promettente, l’iniziativa di Papa Francesco delle due sessioni del sinodo sulla famiglia (2014-2015) aveva cominciato a suscitare nel nostro tessuto diocesano un’attesa di qualche ulteriore passo dentro il solco magisteriale avviato da tempo (Gaudium et spes, Familiaris consortio, etc…).

Infatti tutti noi avvertivamo, nella vita ordinaria delle nostre comunità, l’imbarazzante “divorzio” fra l’annuncio del Vangelo, come buona notizia che interpreta i desideri della vita di ciascuno, e il dover attingere a un “armamentario” di categorie teologiche e morali inadeguate a interpretare l’esistenza umana dell’uomo contemporaneo. Noi parroci ci ritrovavamo costretti a dire, di fronte alle obiezioni più disarmanti: «capisco benissimo, ma le regole sono queste».

Dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris laetitia si fece lentamente chiaro che la novità non era la banale concessione di regole meno stringenti, ma l’invito per i presbiteri della nostra diocesi a ripensare profondamente il discernimento e l’accompagnamento della vita delle persone, così come il riferimento ai comandamenti e alla legge, in definitiva la forma della coscienza morale. La relazione con le norme morali e con gli insegnamenti della Chiesa non poteva essere semplicemente “applicativa”, usando la ragione. Papa Francesco affermava, infatti, che «da questa esortazione non ci si dovesse aspettare una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi» (AL, n. 300) e, sempre allo stesso numero, aggiungeva: «i presbiteri hanno il compito di accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa» (Ibid.).

Purtroppo l’arte del discernimento veniva spesso vissuta nella nostra comunità diocesana in quella forma scadente in cui il presbitero non accompagnava la coscienza della persona a maturare una scelta libera, ma si sostituiva ad essa rilasciando “autorizzazioni” per la comunione eucaristica e “patenti” per padrini e madrine. Noi presbiteri facciamo spesso fatica a rinunciare, anche inconsapevolmente, a questa forma di clericalismo, cioè di potere; invece, «siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle» (AL n. 37).

Insieme al nostro Vescovo abbiamo avvertito la chiamata a una profonda conversione pastorale, non semplicemente attuabile con “aggiustamenti fatti con il cacciavite” (un documento). La conversione non poteva e non doveva essere solo personale, ma doveva coinvolgere tutto il tessuto ecclesiale, presbiteri e laici.

Iniziammo per alcuni anni (2022-2024), appena usciti dallo stordimento del tempo della pandemia, a vivere con tutto il presbiterio, una volta all’anno, delle “tre giorni residenziali”, accompagnati da validi maestri (don Maurizio Chiodi, docente alla Facoltà teologica di Milano e al nuovo Istituto Giovanni Paolo II e don Aristide Fumagalli, docente alla Facoltà teologica di Milano), in cui ascoltare e confrontarci in fraternità e libertà. Nello stesso tempo ritenemmo fondamentale avviare, anche per i laici e presbiteri, comunità e movimenti, percorsi di formazione teologica (a partire dal 2022 fino ad oggi è viva e molto partecipata la Scuola di Formazione Teologica diocesana che vede il coinvolgimento di molti uffici pastorali della Curia). Amoris laetitia è stata una grazia non tanto per convertire le persone, ma per vivere un’esperienza di conversione della nostra Chiesa.

Questo significativo e anche faticoso percorso divenne terreno fecondo per elaborare, insieme al Consiglio presbiterale e al Consiglio pastorale diocesano, il documento Capite quello che ho fatto per voi? (14 settembre 2023) consegnato a tutte le comunità e movimenti della diocesi per «accompagnare, discernere e integrare» la vita di quelle persone che avvertono nel Vangelo una buona notizia per la loro esistenza, anche se ferita e fragile.

I frutti ebbero bisogno di tempo e ancora oggi sono significativi non per il numero (non sono fiumi di persone che lo chiedono), ma per la qualità della vita cristiana che esprimono. Anche quest’anno varie persone, alcune proprio il giorno di Pasqua, dopo anni di incontri personali, come pure con l’equipe diocesana della pastorale familiare, di dialogo e confronto fraterno, di esperienze condivise con le comunità di appartenenza, hanno maturato la coscienza di poter ricevere la comunione ed essere parte attiva alla missione della comunità. Sono persone adulte che da tanti anni partecipavano settimanalmente alla messa domenicale, ma avvertivano una difficoltà interiore fare la comunione e stavano sempre un passo indietro nella vita della Chiesa. Anche quest’anno è stato un momento di grande commozione spirituale non solo per loro, ma per tutte le comunità o movimenti. Non è una coscienza solitaria che decide in modo autarchico e neppure un’autorità ecclesiastica che in modo estrinseco concede un’autorizzazione («ci comportiamo come controllori della grazia» AL, n. 310), ma una coscienza personale («norma proxima moralitatis») che prende forma dentro un percorso e un “corpo a corpo” con la comunità ecclesiale.

Pur riconoscendo che il noto capitolo VIII di Amoris laetitia ha catturato la nostra attenzione e quella del mondo cattolico (e non solo), la nostra comunità diocesana ha avvertito che, fin dai primi numeri (AL, n. 3) riprendendo Evangelii gaudium, l’esortazione invita a ripensare la dottrina e la morale in senso ampio.

Uno dei “regali” è stato quello di ripensare l’esperienza morale non a partire dalla legge, ma dalla coscienza in una prospettiva fenomenologica (ricordiamo i noti maestri Husserl e Ricoeur). Ciascuno di noi sa benissimo che è venuto al mondo, ma non sa perché. Scopre l’esperienza grata di essere figlio e non solo un individuo con idee chiare e distinte. Infatti, proprio dentro questa trama di essere atteso (9 mesi) e amato accade la vita. Il suo accadere dentro le relazioni parentali e affettive tocca (“affetta”) la coscienza di ciascuno e la interpella dentro domande vertiginose. Proprio in questa circolarità fra “patito” e “praticato” prende forma una coscienza morale dentro un “tessuto” prima di famiglia umana, per poi allargarsi alla famiglia ecclesiale e civile; pensare quindi una coscienza autoreferenziale (individuo) che applica una norma morale conosciuta solo dalla ragione è un’idea “fantasmagorica”.

L’intero documento ci ha ricordato che le relazioni parentali sono decisive per gli esseri umani per “addomesticare” il mondo (AL, n. 183). Per questo il Servizio di pastorale familiare diocesano, dentro questo percorso della nostra Chiesa, si è totalmente ripensato non più come un settore della pastorale della Chiesa chiavarese, ma come la “forma” della pastorale diocesana in toto. Una Chiesa che ascolta e accompagna le esistenze delle persone nei momenti “incandescenti”, non più nella forma degli “uffici”, ma del “servizio” alla vita delle persone proprio in quegli snodi in cui la coscienza di tutti è convocata e interpellata. In particolare, all’interno del Servizio di Pastorale familiare, esistono quattro équipe, formate da presbiteri e laici (nascere, crescere, amare, perdere-morire). Ciascuna, cercando una collaborazione virtuosa con la società civile, offre momenti diocesani di ascolto dei vissuti, di approfondimento con esperti, di apertura alle istanze nuove che agitano la nostra vita sociale.

Se da una parte oggi avvertiamo una società spietata che ci spinge ad una vita in “vetrina” (foto sui social), relegando le fatiche e i drammi nella solitudine del privato, dall’altra parte sentiamo il rischio di una Chiesa pesante e insopportabile. Dopo dieci anni, la nostra diocesi è grata ad Amoris laetitia perché ci ha liberati dall’ossessione di una Chiesa di “puri” («un ideale teologico del matrimonio troppo astratto» AL, n.36), per invitarci a vivere un’immagine “pura” di Chiesa, che accompagna i vissuti delle persone in quei momenti da “vertigine”, in cui assaporare legami profondi, e non «una morale fredda da scrivania» (AL, n. 312), dentro i quali ascoltare la “buona notizia” dell’evento cristologico (AL, n. 1).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pagina che raccoglie i materiali, le informazioni e le riflessioni inerenti ai corsi e ai seminari del prof. Giorgio Nacci, del prof. Roberto Massaro e del prof. Gianpaolo Lacerenza. Per info contattare: info@promundivita.it

Press ESC to close