Amoris laetitia dieci anni dopo

A dieci anni dalla pubblicazione dell’Esortazione apostolica sull’amore nella famiglia Amoris laetitia, il professor Antonio Autiero ci guida in una rilettura del cammino che da allora la Chiesa ha compiuto sino ad oggi, riconsegnando ad essa – partendo dalle realtà che il mondo ci presenta in termini di affettività, rapporti familiari e identità – alcune sfide per l’orizzonte ancora da attraversare.

Antonio Autiero è nato a Napoli nel 1948, ha conseguito la laurea in Filosofia (Istituto Universitario Orientale, Napoli) e il dottorato in Teologia morale (Accademia Alfonsiana, Roma). Dopo i primi anni di insegnamento a Napoli, a Roma e a Bonn, dal 1991 al 2013 è stato professore ordinario di teologia morale all’Università di Münster (Germania), di cui è ora docente emerito. È membro di diverse società scientifiche e commissioni etiche. Le sue pubblicazioni (in numero di circa 250 in monografie, parti di libri collettivi, articoli in riviste scientifiche) spaziano dalle questioni di morale fondamentale, teorie etiche, bioetica, etica della ricerca scientifica ed etica ecologica.

Il senso degli anniversari attraversa in genere molti piani. Si intreccia con il ricordo e la memoria, rendendo presente il significato di un testo, di un evento, di una persona nel contesto nel quale esso era venuto alla luce. Ma interroga anche circa il presente, per riproporre la domanda su cosa esso possa ancora significare per noi. Non ultimo un anniversario proietta verso il futuro, per capire, in chiave prospettica, la tenuta di un insegnamento, di un monito, di una urgenza. Tutto questo richiede capacità critica e apertura di compasso, per mettersi davanti alla storia come chi non chiude gli occhi di fronte alle domande che toccano la vita e la nostra capacità di comprenderla. Per Amoris laetitia (in seguito AL) questo groviglio di piani è del tutto evidente. Celebrarne il decimo anniversario vuol dire non sottrarsi alla sfida di questo intreccio. 

 

La storia e la vita interpellano tutti

Il 19 marzo di dieci anni fa, il documento di papa Francesco consegnava ai fedeli cattolici una visione sul matrimonio e la famiglia, elaborata in un lungo processo di riflessione, di discussione e di discernimento. Il luogo nel quale tutto questo era avvenuto rimandava alle due sessioni del sinodo sulla famiglia, svoltosi negli anni 2014 e 2015, con la partecipazione di membri eletti e rappresentativi, ma includeva anche un vasto coinvolgimento del popolo cristiano, per la prima volta chiamato a esprimersi in forma consultativa sulle condizioni di vita della famiglia e sulle esperienze reali di vita coniugale. Forse proprio in questo contesto sinodale articolato emergeva a chiare lettere la natura partecipativa dell’intero popolo di Dio, in una forma di soggetto responsabile, coinvolto sia nel momento dell’analisi delle condizioni di vivibilità della vita familiare, sia in ordine a prospettive di cambiamento che si rendeva necessario. La sfida del vissuto e lo sguardo su di esso venivano accolti come momento genetico di elaborazione di un assetto che tocca dottrina e prassi di vita, insegnamento e atteggiamento pastorale. La sensibilità richiesta per dare senso e corpo a questo processo sinodale si sostanziava di una particolare sensibilità, nel monito raccolto in AL, quando dice: «sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione» (n. 79)

I dieci anni che ci separano dalla pubblicazione dell’esortazione apostolica di papa Francesco devono aver portato a maggiore consapevolezza questa caratteristica partecipativa dell’intero popolo di Dio. È proprio esso, nella sua interezza e sulla base della grazia battesimale, ad essere rivestito del dono e del compito di cogliere i segni dei tempi, a leggerli nell’orizzonte della visione di fede e in riferimento alla vita vissuta, a capire le sfide del presente e ad aprire verso la crescita in autenticità e verità l’esperienza delle relazioni coniugali e della vita familiare.

Con AL si inaugura uno stile di rapporto tra dottrina e prassi pastorale che compensa una certa visione tradizionale di tipo statico e deduttivo della prassi dalla dottrina, come se quest’ultima non sia di volta in volta contaminata dalla consapevolezza e dalle urgenze emergenti dal vissuto. Questo carattere dinamico della comprensione della dottrina impegna l’intero popolo di Dio ad acquisire competenza nel riconoscere l’evolversi delle situazioni e ad affinare ottiche di discernimento in ascolto sincero di quella “verità della vita” che proprio il dono dell’Incarnazione rende accessibile e trasforma in istanza interrogante e in energia trasformatrice.

 

Guardare ai dieci anni fin qui trascorsi

Nel suo messaggio in occasione del decennale di AL, papa Leone XIV ne riconosce «l’impulso dato allo studio e alla conversione pastorale della Chiesa» e incoraggia a «proseguire il cammino, accogliendo sempre nuovamente il Vangelo, nella gioia di poterlo annunciare a tutti». Queste parole ci mettono difronte a un duplice compito. Si tratta anzitutto di capire, analizzare e valutare il cammino fin qui fatto a seguito e in forza dell’esortazione apostolica del 2016, sia a livello di cultura teologica che di consapevolezza pastorale, misurata anche sulle sue conseguenze di innovazione istituzionale all’interno delle comunità cristiane, degli organismi diocesani e delle strutture ecclesiali centrali. Su questo non mancano analisi quantitative e qualitative che portano a comprendere il fattore innovativo di AL. Ma tali analisi rivelano anche battute di arresto e tentativi di ridurre AL a un semplice e generico invito a una maggiore sensibilità e accoglienza pastorali, nei confronti di persone toccate dalla fragilità delle situazioni familiari non riuscite. Senza cogliere la carica profetica di AL, senza percepire quel punto di non ritorno rispetto alla visione incarnata di matrimonio e famiglia, senza valorizzare il registro della responsabilità e l’approccio della coscienza dei singoli e della coppia, si rischia di tenere AL in un alone di epidermica importanza per la vita delle persone e per l’esperienza di chiesa che invece essa intende lievitare e portare a maturazione. Se il decennale ci aiuta a guardare responsabilmente a questi bilanci di segno positivo, negativo o neutro esso ha già sortito un effetto costruttivo e incoraggiante.

 

Cosa ci chiede il futuro?

Lo sguardo retrospettivo ci consente livelli di lettura profonda di AL, dischiudendoci i suoi punti di forza e facendocene apprezzare il valore. Ma esso alimenta anche la nostra coscienza critica, mettendoci di fronte a fattori e sfide che forse maggiormente vanno evidenziati. Qui vogliamo riferirci, quasi in maniera esemplare ed emblematica, a due ambiti che toccano le storie di vita delle persone e delle loro relazioni coniugali. Essi muovono, non ultimo, da esperienze concrete con cui, soprattutto negli ultimi tempi, co vediamo confrontati.

Su un primo versante impressiona il fatto che la cultura della maschilità si colori sempre di più di quella coltre di tossicità e di degrado che non di rado sfociano in violenza, distruttività, morte. Con indubbio coraggio ALrileva che «Non sono ancora del tutto sradicati costumi inaccettabili. Anzitutto la vergognosa violenza che a volte si usa nei confronti delle donne, i maltrattamenti familiari e varie forme di schiavitù che non costituiscono una dimostrazione di forza mascolina bensì un codardo degrado…», riconoscendo che «la storia ricalca le orme degli eccessi delle culture patriarcali» e denunciando che «c’è chi ritiene che molti problemi attuali si sono verificati a partire dall’emancipazione della donna. Ma questo argomento non è valido, è una falsità, non è vero. È una forma di maschilismo» (n. 54).

La chiarezza di queste espressioni rende non solo possibile e legittimo, ma anche necessario e urgente porre la questione della maschilità, interrogandosi sulle immagini e sui modelli che maggiormente attraversano e condizionano la nostra odierna cultura di vita. Dal canto suo AL e poi ancor più esplicitamente il successivo magistero di papa Francesco avevano indicato nella figura di San Giuseppe un esempio di maschilità non violenta, non ingombrante, ma accudente e accompagnante. La data di promulgazione di AL al 19 marzo e poi la lettera apostolica Patris corde dell’8 dicembre 2020 sono segnali precisi, proprio in questa direzione. Occorre tuttavia andare avanti su questa strada, nell’approfondimento teorico-culturale, nell’elaborazione di assetti giuridico-legislativi, nella stabilizzazione di approcci socio-istituzionali e di prassi pastorali ed ecclesiali. Il superamento della cultura patriarcale e delle forme tossiche di maschilità distruttiva passa attraverso una consapevole valorizzazione degli approcci di genere, in chiara controtendenza rispetto ad atteggiamenti di disprezzo e di denigrazione di quello che troppo frettolosamente e con irresponsabile banalizzazione viene definita “ideologia di genere”. Il riferimento che ad essa fa AL al n. 56 soffre di questa stessa ottica restrittiva e refrattaria e domanda un’elaborazione più matura e meglio calibrata. Ripensare la maschilità non serve solo a liberare i maschi dalle maglie oppressive della prepotenza, ma immette nelle dinamiche coniugali e familiari risorse generative di riuscita.

Un secondo ambito tocca il registro centrale di AL, espresso nella triade con cui si intitola il cap. VIII: Accompagnare, discernere, integrare le fragilità. Il motivo dell’accompagnamento (il termine ricorre in AL per 21 volte!) è entrato con AL in modo ancor più incisivo nel vocabolario dell’azione ecclesiale e della prassi pastorale. Esso non si confonde con modalità burocratiche di nuova fattura, ma scava nel profondo delle relazioni tra le persone, ne accoglie la fragilità e consente l’elaborazione di strategie per non soccombere sotto il peso delle ferite e delle sconfitte. AL inaugura uno stile di coinvolgimento pastorale ad alta densità antropologica e fornisce indicazioni appropriate per non cadere in meccanismi dirigistici di stampo paternalistico. Per questo essa riconosce anche l’inevitabilità, in condizioni particolari di esperienze concrete, di porre termine a compagini coniugali e dinamiche familiari irrecuperabili. I paragrafi dedicati ad Accompagnare dopo le rotture e i divorzi (AL nn. 241-246) sono di un raro senso di realismo esistenziale e morale. Proprio su questa scia, le vie devono essere maggiormente esplorate e battute. È già del tutto importante l’impegno a migliorare le modalità dei processi canonici di nullità matrimoniale, come indicato da AL al n. 244 e come da diverse strutture di tribunali ecclesiastici si tende lodevolmente a praticare.

Occorre tuttavia implementare l’attitudine ad esprimere empatia e vicinanza, sensibilità pastorale e accompagnamento esistenziale proprio mentre i coniugi prendono consapevolezza ed entrano nei percorsi di elaborazione delle loro crisi. Riuscire a superare una crisi nel senso di ritorno a livelli di vivibilità della compagine familiare è senza dubbio una prospettiva da augurarsi, ma anche la capacità di terminare una relazione coniugale senza che sia messo radicalmente a rischio l’equilibrio personale è un valore da perseguire. Poter accompagnare le persone sulla via di uscita da un matrimonio fallito significa indicare spazi ancora esistenti di autostima e possibilità di ricostruzione di esistenza, prima ancora e al di là di intraprendere nuove relazioni affettive. Il focus molto mirato da una parte sulla tematica della nullità matrimoniale e, dall’altra, sulla circostanziata possibilità di accesso ai sacramenti per divorziati risposati, ha portato a restringere l’orizzonte delle problematiche legate alle relazioni coniugali non riuscite, trascurando probabilmente l’urgenza di riconoscimento e di ricostruzione delle valenze personali dei singoli coniugi. In realtà, però, anche su questo versante una comunità che realmente e sinceramente vuole accompagnare deve saper esprimere sensibilità pastorale e competenza antropologica, rispondendo così al compito che AL le assegna e sapendo che così facendo essa contribuisce, come ci ricordava papa Leone, a «proseguire il cammino, accogliendo sempre nuovamente il Vangelo, nella gioia di poterlo annunciare a tutti».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pagina che raccoglie i materiali, le informazioni e le riflessioni inerenti ai corsi e ai seminari del prof. Giorgio Nacci, del prof. Roberto Massaro e del prof. Gianpaolo Lacerenza. Per info contattare: info@promundivita.it

Press ESC to close