
Concludiamo il nostro approfondimento mensile sul rapporto tra obbedienza e discernimento con il contributo della prof.ssa Filomena Sacco, la quale richiama, per la nostra riflessione, ad alcuni concetti chiave della tradizione morale cristiana: il richiamarsi a vicenda di obbedienza e discernimento nel cammino di sequela e di amore; la ricerca onesta e libera della volontà di Dio come il bene più grande; le strutture di peccato che tendono a ‘normalizzare’ l’ingiustizia e il male; l’obbedienza nella forma particolare della vita consacrata.

Hannah Arendt, osservando il processo a Adolf Eichmann a Gerusalemme nel 1961, coniò un’espressione destinata a rimanere: la banalità del male. Eichmann non era un mostro nel senso romantico del termine; era un burocrate, un esecutore diligente di ordini ricevuti. Aveva semplicemente smesso di pensare. Aveva consegnato la sua coscienza al sistema, e il sistema aveva fatto il resto. Un male ordinario, figlio non del cinismo ma dell’obbedienza acritica.
Questa riflessione attraversa il tempo e interpella anche noi, oggi. In un’epoca di leadership forti, di polarizzazioni ideologiche e di un’informazione che tende a plasmare più che a illuminare, la domanda è urgente: come preservare la coscienza come luogo di discernimento libero e responsabile? Come evitare che obbedire diventi sinonimo di rinunciare a sé stessi?
La tradizione cristiana non teme questa domanda. Al contrario, la raccoglie e la trasforma, superando sia il rischio dell’obbedienza servile sia quello dell’autonomia senza ancoraggio. La risposta è radicata nella verità dell’uomo come creatura fatta ad immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26-27) e nella ontologia d’amore.
L’obbedienza vera: quando la verità e l’amore si incontrano
Obbedire non è prima di tutto eseguire ordini. È rispondere alla voce più profonda del proprio essere. L’uomo, plasmato a immagine del Creatore, porta inscritta nel cuore una legge: quella del bene, della verità, dell’amore. Obbedire a questa legge, come afferma il Concilio Vaticano II, «è la dignità stessa dell’uomo»[1].
La Veritatis Splendor di Giovanni Paolo II lo chiarisce con forza: «La libertà dell’uomo e la legge di Dio non si oppongono, ma al contrario si richiamano a vicenda»[2]. Non si tratta di un’imposizione che schiaccia la persona, ma di un invito che la libera. Il giovane ricco del Vangelo (Mt 19,16-22) chiede a Gesù: «Che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». La risposta non è una norma da eseguire, ma una relazione da vivere: «Vieni e seguimi». La perfezione morale non consiste nell’osservanza meccanica, ma nella sequela amorosa, è «recuperare la verità morale è riportare tutto all’amore»[3].
Il discernimento: cercare ciò che Dio vuole da me, per me, attraverso me
Se l’obbedienza vera è risposta all’amore, il discernimento ne è il metodo. Il discernimento cristiano non è arbitrio soggettivo: ha un oggetto preciso, la volontà di Dio per me, hic et nunc. Il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce la coscienza morale come la capacità di percepire i principi della moralità e di applicarli «nelle circostanze di fatto mediante un discernimento pratico», interpretando «i segni dei tempi con la virtù della prudenza e con l’aiuto dello Spirito Santo»[4].
È un atto di profonda responsabilità: riconoscere, in questa vita unica e irripetibile, che cosa chiede il Signore. Papa Francesco ne ha fatto uno dei pilastri del suo Magistero: in Amoris Laetitia afferma che la Chiesa è chiamata a «formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle»[5]. Non abbandono alla soggettività, ma fiducia nella maturità del credente.
Sant’Alfonso e il segreto della pace: uniformarsi alla volontà di Dio
Una volta che il discernimento ha rivelato la volontà di Dio, che cosa resta da fare? Sant’Alfonso Maria de Liguori, patrono dei moralisti, risponde con una proposta che suona quasi paradossale nella sua semplicità: non voler altro che ciò che Dio vuole. Nell’opera Uniformità alla Volontà di Dio distingue con precisione:
«La conformità importa che noi congiungiamo la nostra volontà alla volontà di Dio; ma l’uniformità importa di più, che noi della volontà divina e della nostra ne facciamo una sola, sì che non vogliamo altro se non quello che vuole Dio. Ciò è il sommo della perfezione, a cui dobbiamo sempre aspirare»[6].
Questa non è rassegnazione passiva; è la forma più alta dell’amore, ossia volere ciò che vuole il Bene amato. Dio non è un tiranno che impone la sua volontà; è il Padre che vuole solo il nostro bene; la pace che ne deriva è eterna.
A partire da questa consapevolezza cade la falsa alternativa tra obbedire e discernere. La tensione esiste solo quando l’obbedienza è intesa come esecuzione cieca e il discernimento come ribellione soggettiva. Ma se obbedienza significa rispondere all’amore e discernimento significa riconoscere come Dio ama me, adesso, in questa situazione, i due movimenti non sono opposti: sono due momenti dello stesso atto spirituale. Chi ha trovato e amato la volontà di Dio non ha più bisogno di scegliere tra le due: le vive insieme, in unità.
La libertà che nessuna struttura può uccidere
Eppure, viviamo in un mondo che non è neutro. La Reconciliatio et Paenitentia di Giovanni Paolo II introduce il concetto di strutture di peccato: situazioni sociali, culturali ed economiche che condizionano le scelte individuali e tendono a normalizzare l’ingiustizia[7]. Le strutture non peccano da sole, «al fondo di ogni situazione di peccato si trovano sempre persone peccatrici», ma condizionano, limitano, distorcono la percezione del bene.
Ciò nonostante, la dignità dell’uomo non è annullabile. Il CCC lo afferma con forza: «L’uomo ha il diritto di agire in coscienza e libertà; non deve essere costretto ad agire contro la sua coscienza»[8]. La libertà non è garantita dall’assenza di condizionamenti, ma dall’inalienabile capacità di riconoscere il bene e sceglierlo, anche a costo di andare controcorrente. Proprio perché il mondo è immerso in strutture di peccato, la scelta del bene richiede talvolta un coraggio audace: quello di chi sa che il vero skandalon non è la radicalità del Vangelo, ma la sua mancanza.
Obbedienza nella vita consacrata: maestri di discernimento, non titolari di coscienza
Un discorso a parte merita la vita religiosa, dove l’obbedienza è istituzionalizzata e ha forma di voto. La tradizione spirituale insegna giustamente che obbedire ai superiori è cammino di spogliamento dell’io e di conformazione a Cristo obbediente.
Tuttavia, anche in questo contesto vale una verità irrinunciabile: nessun superiore è detentore di potere sulla coscienza. La coscienza è il «nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio»[9]. Nessuna autorità umana, per quanto legittima, può sostituirsi a questo spazio sacro. I superiori nelle comunità di vita consacrata sono chiamati ad essere maestri di discernimento e educatori nel senso più etimologico del termine: ex-ducere, tirar fuori il meglio dell’altro. Il loro compito non è imporre una coscienza già formata, ma accompagnare ciascun consacrato nel dialogo orante con Dio in cui nasce e matura la risposta alla propria vocazione.
Conclusione
La risposta alla domanda «Obbedire o discernere?» non è un’alternativa, ma una sintesi: obbedire discernendo, discernere obbedendo. La coscienza cristiana non è uno spazio di arbitrio soggettivo né di esecuzione passiva: è il luogo dove la verità dell’uomo, creatura a immagine di Dio, chiamata all’amore, si incontra con la verità di Dio, il Padre che vuole il nostro bene.
In un mondo che tende ad anestetizzare la coscienza, attraverso il conformismo mediatico, le strutture di peccato, la delega passiva all’autorità, il coraggio cristiano è precisamente questo: non smettere di pensare, non smettere di amare, non smettere di cercare il volto di Dio nell’oggi della storia. Non la banalità del male, ma la straordinarietà del bene vissuto con coscienza vigile, cuore ardente e libertà responsabile.
[1] Concilio Vaticano II; Gaudium et Spes, Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (7 dicembre 1965), in AAS 58 (1966), 1025-1120 [d’ora in poi GS], qui n.16.
[2] Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor, Lettera Enciclica (5 agosto 1993), in AAS 85 (1993), 1133-1228, qui n. 17.
[3] F. Sacco, Tutto dall’Amore. La proposta morale alfonsiana e il magistero di Papa Francesco, LAS 2024, 210.
[4] Catechismo della Chiesa cattolica, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1992 [d’ora in poi CCC], n.1780; 1788.
[5] Francesco, Esortazione Apostolica postsinodale «Amoris laetitia» (19 marzo 2016), in AAS 109 (2017) 311-446, qui n. 37.
[6] Alfonso Maria de Liguori, Uniformità alla volontà di Dio (1755), in Opere Ascetiche, vol. I, Collegio S. Alfonso, Roma 1933, 283-312; qui 283.286.
[7] Giovanni Paolo II, Reconciliatio et Paenitentia, Esortazione Apostolica (2 dicembre 1984), in AAS 77 (1985), 185-275, qui n.16.
[8] CCC 1782.
[9] GS 16; CCC 1776.

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