Le prospettive della bioetica. Sfide attuali e prospettive future

Il racconto dei partecipanti al convegno dell’Accademia Alfonsiana di Roma – 17/18 marzo 2026

Nei giorni 17 e 18 marzo si è svolto presso il Pontificio Istituto Accademia Alfonsiana di Roma un convegno di bioetica che ha visto alternarsi diversi docenti ed esperti con uno sguardo plurale rispetto a provenienze geografiche e confessionali. Riportiamo alcuni commenti degli studenti del medesimo istituto che hanno partecipato all’evento.

La bioetica dopo la bioetica: destino incerto e speranze per il futuro

Nella mattinata di martedì 17 marzo ha avuto inizio il convegno di bioetica presso il Pontificio Istituto Accademia Alfonsiana sul tema: Le prospettive della bioetica, sfide attuali e previsioni future. Le due giornate sono state caratterizzata da forte interesse e curiosità riscontrabili nell’alto numero di studenti iscritti e dalle aule gremite anche di partecipanti esterni.

La prof.ssa Filomena Sacco ha introdotto i lavori sollevando un grande interrogativo riguardo il destino della bioetica. Ci siamo chiesti se sia ancora possibile fare bioetica, se essa sia realmente in crisi come si dice da più di un ventennio o se sia persino in fase terminale. In seguito, mons. Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la vita, con un breve excursus ha posto alcuni accenti sul valore attuale della disciplina, riferendo che dopo un primo grande sviluppo (anni ’70-’90) con la trattazione dei grandi temi di bioetica, a partire dagli anni ’90 ci si è interrogati sul rischio di una stagnazione nella riflessione e perdita di vivacità nella ricerca. Tuttavia, in questo ventennio, lo sviluppo esponenziale della ricerca scientifica e il potenziale tecnologico a disposizione, hanno messo in evidenza come la bioetica sia tutt’altro che in agonia; oggi più che mai c’è bisogno di una riflessione che sappia leggere nuovi contesti e confrontarsi con situazioni nuove che vanno dispiegandosi nelle nostre società e vissuti umani.

Il prof. Maurizio P. Faggioni ofm, con il suo intervento, ha posto il focus del discorso sul transumanesimo facendo luce su alcuni temi attualissimi per la ricerca contemporanea. Alcune domande ci interrogano oggi urgentemente: Quale uomo immaginiamo per il futuro? Cosa consideriamo umano nell’accrescimento delle sue capacità e facoltà? Cosa non lo è più? Quali limiti sono da porre nell’implementazione/potenziamento delle stesse? Questi interrogativi aprono piste di riflessione circa il ruolo giocato dalla dignità personale e le modalità per tutelarla in ambito medico e di ricerca scientifica. Attraverso la sua esperienza pluriennale in ambito medico-sanitario abbiamo potuto cogliere come gli ambiti urgenti della riflessione siano ancora numerosi e in attesa di risposte, chiarezza e prospettive.

La bioetica non è morta all’inizio del nuovo millennio, forse potremo dire che oggi, di fronte alla complessità della realtà, si trova in fase di ascolto, di ricerca e di sviluppo di nuovi paradigmi che si confrontino e dialoghino con il “cambiamento d’epoca” in atto. Riflettere su questi temi scientificamente e pubblicamente è una delle vie possibili, una risposta concreta per la circolazione del pensiero e delle idee. Un’ulteriore conferma sull’importanza del nostro contributo giunge anche da diversi enti e istituzioni che in altri settori segnalano l’urgenza di figure formate in ambito morale, filosofico, antropologico in grado di dialogare, offrire idee, riflessioni e soprattutto interrogativi allo sviluppo tecnologico delle scienze. Tutto ciò evidenzia l’urgenza e necessità di un apporto responsabile e adeguato a questi ambiti. L’Accademia Alfonsiana, in queste due giornate, ha messo in connessione diversi relatori e discipline dando a tutti la consapevolezza che il lavoro da fare è ancora molto.

Pietro Moressa

Studente al I anno di licenza – Accademia Alfonsiana

Novità all’orizzonte: bioetica in prospettiva occidentale

La seconda sessione del convegno ha mostrato con particolare chiarezza quanto le sfide della bioetica contemporanea, sollecitate dalla rapidità del progresso scientifico-tecnologico e delle trasformazioni socio-culturali, richiedano una riflessione capace di confrontarsi con la complessità dell’esistere umano. I tre interventi proposti, rispettivamente sui temi di neuroscienze e interfacce uomo‑macchina, fine vita e gestazione per altri, seppur apparentemente lontani tra loro, hanno mostrato una “radice” comune della riflessione bioetica: comprendere che cosa significhi custodire l’umano nella sua interezza, con i suoi interrogativi, desideri e aspirazioni.

Il dialogo tra Giovanni Di Pino e Andrea Pizzichini ha sollevato questioni cruciali sul confine tra uomo e macchina, alla luce della possibilità ormai reale della scienza di intervenire sul corpo umano con l’applicazione di protesi che non solo ripristinano funzioni motorie, ma generano percezioni corporee, o addirittura arti aggiuntivi che ampliano le possibilità operative. Non si tratta solo di chiedersi fin dove possiamo spingerci, ma di comprendere che cosa significhi essere umani quando la macchina diviene parte stessa dell’organismo e della sua identità corporea (embodiment). La scienza autentica e la ricerca, si è detto, sono al servizio della fragilità e della dignità della persona e devono guardarsi dal trasformarsi in progetti di superamento dell’umano stesso.

Il confronto tra Carlo Casalone e Giovanni Del Missier ha portato l’attenzione sul fine vita, tema più “classico” ma reso oggi più complesso dall’allungamento della vita, dalla potenza della medicina e dall’autonomia del paziente. Diventa allora fondamentale un approccio sistemico, capace di considerare la vita nella sua “indisponibilità” come un bene ricevuto e al tempo stesso affidato alla responsabilità individuale di ciascuno. Ai credenti spetta il compito di abitare il dibattito pubblico, traducendo i valori cristiani con un linguaggio che sia comunicabile e comprensibile da tutti, offrendo la specifica visione dell’uomo che sostiene i criteri delle loro scelte come una prospettiva di senso che possa essere condivisa.

Infine, l’intervento di Susy Zanardo e Roberto Massaro sulla gestazione per altri (GPA) ha toccato uno dei temi forse più delicati del panorama bioetico contemporaneo, cercando di indagare i nodi etici di tale pratica. La GPA, infatti, pone in luce questioni che chiedono di essere problematizzate e affrontate con attento discernimento, quali: il significato del corpo femminile e il rischio di una logica contrattuale che riduca la generazione a mera prestazione all’interno di legami di dipendenza e sfruttamento; l’intenso desiderio di genitorialità che rischia di trasformarsi in pretesa; la profonda relazione originaria che viene a crearsi tra la madre e il feto che porta in grembo e il conseguente spezzarsi di tale legame originario.

A fare da filo rosso tra le varie riflessioni, il costante invito a vigilare affinché l’umano venga sempre custodito, perché «non tutto ciò che è tecnicamente possibile o umanamente desiderabile accresce l’umano». Da qui l’urgenza di costruire un dialogo transdisciplinare tra i saperi (teologia, filosofia, scienze e medicina) per un ascolto ed un’interazione reciproca, capace di intercettare le giuste domande e individuare gli orientamenti più adeguati a custodire la persona nella sua interezza.

Suor Giulia Bertarelli

Studentessa al II anno di licenza – Accademia Alfonsiana

Pluralità di voci teologiche nella bioetica contemporanea

Nella giornata del 18 marzo 2026, nel contesto del convegno di bioetica promosso dall’Accademia Alfonsiana, si è potuto ascoltare una pluralità di voci che hanno arricchito il pensiero teologico in relazione alla bioetica. Sono emerse, infatti, una prospettiva femminista, una prospettiva asiatica e una africana, una voce ortodossa e una proveniente dal protestantesimo storico di matrice calvinista.

Tutte queste prospettive hanno contribuito a maturare uno sguardo critico sulle risposte bioetiche fondate teologicamente. In particolare, si è evidenziato come non esistano risposte preconfezionate ai problemi che emergono all’inizio della vita, alla fine della vita o nel corso della stessa. Piuttosto, si tratta di percorsi di discernimento che tengono conto della complessità dell’esperienza umana.

La presentazione del video proposta dalla dottoressa in teologia Marcela Lapalma, sul femminismo in America Latina, a partire da un’intervista realizzata con una rappresentante del femminismo in Colombia, ha mostrato come, in ambito bioetico, non si possa ignorare la problematicità della categoria di autonomia. In particolare, si è sottolineato che, ad esempio, un paziente in situazione di vulnerabilità a causa della malattia può avere una volontà condizionata. Per questo, non si tratta soltanto di individuare un comportamento ideale, ma di riconoscere la vulnerabilità costitutiva dell’essere umano, specialmente delle donne che, lungo la storia, hanno subito forme di non riconoscimento.

Nel caso del professor Tirimana, è stata particolarmente interessante la presentazione dell’approccio asiatico, che riconosce la pluralità delle culture presenti nel continente. All’interno di tale diversità, emerge tuttavia una sensibilità comune: nei temi dell’inizio e della fine della vita, è fondamentale salvaguardare l’integrità della vita umana nel suo insieme. Ciò implica anche l’attenzione alle condizioni di una vita degna, quali il lavoro, l’abitazione, la salute e l’alimentazione.

Il professor Symeon Djiwa ha posto il problema dell’applicazione del dibattito bioetico nel contesto africano. Egli ha evidenziato come la dipendenza economica da altri Paesi, ad esempio europei, possa portare ad assumere modelli bioetici esterni, trascurando le proprie condizioni culturali. In questo senso, l’accettazione dell’eutanasia risulta problematica in contesti in cui la sofferenza non è legata soltanto alla malattia fisica, ma caratterizza spesso la vita quotidiana a causa della mancanza di risorse. Tuttavia, è stato anche ricordato che non esiste un’unica prospettiva africana, e che rimane centrale l’impegno a porre l’essere umano al centro, custodendo l’integrità minima della vita.

Per quanto riguarda la prospettiva ortodossa, il professor Sorin Bute ha richiamato la sua riflessione sul riconoscimento della morte, sottolineando il ruolo della categoria di oikonomia nell’interpretazione della legge ecclesiastica, espressa nei sacri canoni. È stato inoltre evidenziato il ruolo della liturgia in bioetica: non si tratta soltanto di trovare soluzioni immediate ai problemi individuali, ma di pensare la persona all’interno della comunità che la accoglie. In questo contesto, il sacro canone consente forme di accompagnamento pastorale per chi si trova in difficoltà, in un orizzonte di responsabilità che apre cammini di salvezza. La koinonia, ovvero la comunione, diventa così un valore fondamentale, che permette di vivere l’amore di Dio nella verità, con misericordia e nella possibilità della penitenza.

Infine, la pastora Ilenya Goss, MD, ha messo in luce il carattere interdisciplinare della bioetica, intesa come un’agorà pubblica. Sebbene molte questioni bioetiche siano oggetto di legislazione, il contesto religioso rimane uno spazio significativo di riflessione e discussione. Infatti, l’approvazione di una legge non garantisce necessariamente il bene dell’essere umano. Nel contesto della Chiesa valdese, è stato evidenziato come la riflessione bioetica si sviluppi attraverso il dialogo tra Scrittura, filosofia e scienza, offrendo orientamenti che aiutano le persone a formare decisioni responsabili. In questa prospettiva, non si tratta di fornire risposte definitive, ma di offrire orizzonti di comprensione che permettano una scelta consapevole, nel rispetto della coscienza personale.

In conclusione, questa giornata ha offerto un’importante opportunità di dialogo con il mondo contemporaneo, favorendo una ricerca consapevole di quei criteri esistenziali che aiutano l’essere umano a vivere in conformità alla propria dignità e a riconoscersi come creatura chiamata a rispondere responsabilmente alle sfide della vita.

fra Carlos Andrés García Alvarado, ofm

Studente al I anno di licenza – Accademia Alfonsiana

Al convegno sulla bioetica, la voce dell’Africa risuona!

Il convegno sulle “Prospettive della bioetica, sfide attuali e previsioni future”, tenuto al Pontificio Istituto Accademia Alfonsiana dal 17-18 marzo, è stato un momento di condivisioni ricco di tante voci, di tanti contributi pluridisciplinari.

Il Prof. Syméon Djiwa, docente all’Accademia Alfonsiana, ha fatto risuonare la voce dell’Africa tramite un’intervista con tre docenti e ricercatori di bioetica in Africa (dal Benin, Camerun e Repubblica Democratica del Congo) sulla questione: “Bioetica in Africa, sfide, problemi e prospettive”.

Diciamolo subito: l’Africa non è semplicemente un continente spettatore o consumatore della bioetica altrui. Pure essa ha il suo sguardo sul discorso della bioetica, anzi ha il suo contributo da dare, perché nella globalizzazione della bioetica, l’Africa non deve rimanere dietro. Tutte le questioni bioetiche toccano anche l’Africa perché gli africani affrontano gli stessi problemi che gli altri da vari continenti: l’inizio e la fine di vita, la sterilità, le cure e la vulnerabilità umana, la biotecnologia, la sessualità, il transumanismo, l’etica ambientale…

Allora si può porsi la domanda: che cos’è fare la bioetica in Africa? La risposta a questa domanda invita a andare al principio della bioetica, negli anni ’70, che voleva dare una risposta a quest’interrogazione fondamentale: “Tutto ciò che è tecnicamente possibile potrebbe essere moralmente ammissibile?” La risposta a questa domanda fa notare che la bioetica è una disciplina che cerca di fare un ponte tra le scienze e tecnologie con i valori umani, e nel contesto africano, con i valori africani. Uno dei valori largamente condiviso in Africa è che la vita umana è sacra, è un valore fondamentale, la dignità umana va custodita e rispettata. È dunque da quest’antropologia centrata sull’inviolabilità della dignità e della vita umane che scaturiscono il discorso e le decisioni bioetici in Africa. Per altro, un altro valore cardinale che è comune a tante culture in Africa è il senso della comunità. La persona umana appartiene ad una comunità. Tanto è vero che la vita umana personale non si può salvare senza quella della comunità.

Il problema maggiore può essere riassunto come la non-appropriazione della bioetica all’interno dei diversi tipi di formazione in Africa, che la rende poco conosciuta dagli operatori sanitari, dai politici e ancor meno dalla popolazione in generale. A questo problema si può aggiungere la mancanza delle strutture adeguate per promuovere questa disciplina, senza dimenticare poi la mancanza delle risorse economiche, tenendo conto che i comitati etici e i ricercatori bioetici dipendono dall’estero.

Per quanto riguarda le prospettive, i ricercatori bioetici in Africa devono impegnarsi a lavorare ispirandosi o partendo dai valori morali e antropologici africani. Devono coinvolgere i responsabili politici per sviluppare la disciplina nei vari percorsi di formazione soprattutto nel campo sanitario e anche promuovere i comitati etici. Dato che il continente conosce lo sviluppo delle scienze e tecnologie, bisogna sapere come sostiene Benedetto XVI: “Non è la scienza che uccide ma la disobbedienza”. Questo è in perfetta risonanza con ciò che ha detto Rabelais: “Scienza senza coscienza è rovina dell’anima”.

padre Emmanuel Ouedraogo, CSsR

Dottorando – Accademia Alfonsiana

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