
Gaudium et spes, 16, a proposito della legge che riecheggia nella coscienza, afferma: “Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell’intimità del cuore: fa questo, evita quest’altro”. Risuona, nel testo della Costituzione pastorale, la facoltà che la tradizione indica sotto il nome di sinderesi. Ci chiediamo: è possibile che l’uomo si diseduchi ad ascoltare questa voce, a dare per scontato il male, anzi, ad optare irresponsabilmente per esso?
La riflessione di questo mese è aperta dalla domanda di Emanuele Preite, studente della Facoltà Teologica Pugliese.

Il saggio La banalità del male di Hannah Arendt mette in luce come il male, in determinati contesti storici, non nasca necessariamente da una volontà esplicitamente malvagia, ma dalla sospensione del giudizio morale personale, dall’obbedienza acritica e dalla rinuncia all’esercizio della coscienza all’interno di sistemi di potere che finiscono per normalizzare l’ingiustizia. Questa riflessione interpella profondamente anche la teologia morale, soprattutto laddove la coscienza non è intesa come semplice applicazione di norme autoimposte, ma come luogo d’incontro personale con la legge che Dio ha posto nel suo cuore. «Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell’intimità del cuore: fa questo, evita quest’altro» (GS, 16). La coscienza è il luogo dove matura il libero arbitrio dell’uomo. Ciascun uomo, nel confrontarsi con la legge di Dio nella propria coscienza, si rispecchia nella mente e nelle intenzioni del suo Creatore, riappropriandosi, nell’agire, della propria natura, ossia del suo essere creato come cosa «molto buona» e, in ultima analisi, come soggetto responsabile.
Alla luce di ciò, come può essere oggi compreso e valutato, nell’ambito della teologia morale, il ruolo della coscienza personale del credente di fronte ai grandi poteri politici, economici e mediatici del nostro tempo, caratterizzati da leadership forti, polarizzazione ideologica, uso strategico della comunicazione e conflitti globali persistenti? In particolare, quali criteri teologici e morali offre la tradizione cristiana per evitare che la coscienza venga anestetizzata, delegata all’autorità o resa funzionale a logiche di potere?
Infine, in che modo la coscienza cristiana può rimanere oggi un luogo libero e responsabile di discernimento, capace di resistere alla progressiva “normalizzazione” del male, senza scadere né in un moralismo astratto e autoreferenziale, né in una marginalità che la renda irrilevante nello spazio pubblico e nella storia concreta degli uomini?
Questa settimana risponde alla domanda Fabrizio Casazza, docente di teologia morale nella Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale.
Tra obbedienza e discernimento: un’alternativa vincolante?

Qualcuno potrebbe essere tentato di rispondere così ai quesiti posti: in passato si obbediva, ai nostri giorni si discerne. Sotto sotto la lettura sarebbe: un tempo si eseguivano gli ordini dei capi con prontezza militare, oggi li si interpreta in maniera elastica. C’è anche chi ha ravvisato una traduzione stradale di tali concetti: la rotonda, che richiede visione ampia e valutazione complessa della realtà, ha spesso soppiantato il semaforo, che suppone un’attesa paziente ma tranquilla del segnale verde per poi attraversare senza pensieri l’intersezione.
Ora, pur ravvisando un certo fascino in tali prospettive e anche una certa suggestività letteraria, occorre precisare che i due elementi, obbedienza e discernimento, non si pongono necessariamente in maniera antitetica, né nell’atto di fede né nella vita morale del cristiano.
Recentemente il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, ha proprio sottolineato il ruolo della coscienza, «perché l’obbedienza non diventi deresponsabilizzazione e la disciplina non si trasformi in automatismo morale»[1]. In effetti obbedire significa in prima istanza non eseguire ma ascoltare, con l’atteggiamento e lo stile della Vergine Maria, la quale (cf Lc 2,19) custodiva il racconto dei pastori e gli eventi legati alla nascita di Gesù mettendoli insieme (come letteralmente possiamo rendere il verbo greco symbállō) per cercare di afferrarne il senso più autentico e il giusto significato[2].
La coscienza si lascia dunque interpellare dagli avvenimenti per coglierne la portata e la dinamica alla luce del progetto di Dio, che non è un predeterminato piano d’azione da applicare ma una proposta d’amore da accogliere, da interpretare e da vivere. Luce per questo itinerario è la Sacra Scrittura, accolta dalla Tradizione ecclesiale e autorevolmente interpretata dal Magistero. La tradizione cristiana – cui fa cenno il primo quesito – appoggiandosi su quella precedente filosofica ravvisa nella prudenza la virtù necessaria per realizzare quanto l’intelligenza scopre dentro di sé attraverso la coscienza.
La prudenza ha il triplice compito di guidare l’azione secondo verità morale tenendo conto delle circostanze (identificate da Cicerone e riprese da san Tommaso d’Aquino in «quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando; chi, che cosa, dove, con quali mezzi, perché, in che modo, quando»[3]), trovare il medium rationis (giusta misura) nella situazione concreta, comandare l’azione con l’imperium. San Tommaso d’Aquino sintetizza che l’atto principale della prudenza è precisamente il comandare le azioni deliberate e giudicate[4].
Nel caso dei precetti morali positivi (cioè quelli che chiedono di fare una certa cosa ma non semplicemente a un livello disciplinare) la prudenza ha il compito di verificarne la pertinenza in una determinata situazione, per esempio tenendo conto di altri doveri forse più importanti o urgenti[5]. Il primo livello da individuare e realizzare è il bene concretamente possibile in un determinato contesto e in un determinato tempo.
In riferimento al secondo quesito, affinché la coscienza cristiana possa rimanere un luogo libero e responsabile di discernimento, capace di resistere alla progressiva “normalizzazione” del male, giova ricordare che è indispensabile la responsabilità personale, sorretta dalla virtù della fortezza, che rende capaci di tollerare e affrontare le situazioni difficili perseguendo il bene morale pur tra le difficoltà. Non dimentichiamo inoltre che la virtù della fortezza è condotta alla massima espansione dall’omonimo dono dello Spirito Santo, effuso in modo particolare nel sacramento della confermazione in vista della testimonianza pubblica della fede.
Se non bisogna lasciarsi abbattere dalle difficoltà, non bisogna neppure lasciarsi svuotare di prospettive alte, che devono non ingabbiare la comprensione della realtà ma aprirla a più vasti orizzonti. È bella in questa direzione la testimonianza che il giornalista Indro Montanelli offrì a proposito di Alcide De Gasperi (1881-1954), più volte deputato, ministro e presidente del Consiglio dei ministri, del quale è in corso la causa di beatificazione. Ebbene, di lui scrisse: «Non era un uomo d’ideologia, era un uomo d’ideali, che sono cosa assai diversa»[6].
È importante tenere desto il senso critico: da non dimenticare è la frase del filosofo e senatore a vita Norberto Bobbio, che il cardinale gesuita Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002, amava ripetere: «La differenza rilevante per me non passa tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti, ovvero tra coloro che riflettono sui vari perché e gli indifferenti che non riflettono»[7].
Va inoltre ricordato – come ha recentemente spiegato il Santo Padre Leone XIV ricevendo proprio le comunità della Facoltà Teologica Pugliese e dell’Istituto Teologico di Calabria – che «non si tratta di acquisire nozioni per adempiere obblighi accademici, ma di avviare una navigazione coraggiosa, una traversata in alto mare. Questo viaggio si muove in una duplice direzione: da una parte è un percorso per scendere in profondità, scrutando gli abissi del mistero di Dio e le diverse dimensioni della fede cristiana; dall’altra, è un prendere il largo per andare oltre, per scrutare altri orizzonti e trovare, così, nuove forme e nuovi linguaggi in cui annunciare il Vangelo nelle diverse situazioni della storia»[8].
Infine, se spaventati di fronte agli impegnativi compiti della navigazione per formare la coscienza, ci rassicura il fatto che la fede «non è solo un’opzione individuale che avviene nell’interiorità del credente, non è rapporto isolato tra l’‟io” del fedele e il ‟Tu” divino, tra il soggetto autonomo e Dio. Essa si apre, per sua natura, al “noi”, avviene sempre all’interno della comunione della Chiesa. […]. Ecco perché chi crede non è mai solo, e perché la fede tende a diffondersi, ad invitare altri alla sua gioia»[9].
L’alternativa non è pertanto tra obbedire e discernere ma tra essere prigionieri del proprio egoismo, magari giustificando con raffinate argomentazioni i propri comodi, e lasciarsi interpellare dalla voce di Dio, che arriva attraverso i fatti e la coscienza.
[1] P. Parolin, cit. in D. Piccini, «La pace non è ingenuità disarmata ma costruzione paziente di giustizia e dialogo», in L’Osservatore Romano, 3 marzo 2026, 2.
[2] Cf A. Landi, Luca. Introduzione e commento, Queriniana, Brescia 2024, 129.
[3] San Tommaso d’Aquino, La somma teologica, I-II, 7, 3, Edizioni Studio Domenicano, vol. 8, Bologna 1990, 206.
[4] Cf San Tommaso d’Aquino, La somma teologica, II-II, 47, 8, Edizioni Studio Domenicano, vol. 16, Bologna 1986, 238.
[5] Cf San Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Veritatis splendor, n° 67, in Id., Insegnamenti, XVI/2, Libreria Editrice Vaticana 1995, 333.
[6] I. Montanelli – M. Cervi, L’Italia della guerra civile (Storia d’Italia, 9), RCS, Milano 2004, 271.
[7] N. Bobbio, cit. in C.M. Martini, Le cattedre dei non credenti (Opere, 1) Bompiani, Milano 2015, 195.
[8] Leone XIV, «Udienza alle comunità della Facoltà Teologica Pugliese e dell’Istituto Teologico di Calabria», 2 marzo 2026, in L’Osservatore Romano, 2 marzo 2026, 5.
[9] Francesco, Lettera Enciclica Lumen fidei, 29 giugno 2013, n° 39, in Id., Insegnamenti, I/1, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 490-491.

Lascia un commento