
Continua il nostro approfondimento mensile sulla dimensione sociale della Teologia morale, accompagnati dalla Costituzione pastorale Gaudium et spes. Questa settimana il contributo è offerto da Bruno Bignami, che richiama al bene comune, alla famiglia umana e alla dignità della persona come le tre direttrici fondamentali per un rinnovamento dell’agire sociale della Chiesa.

Ogni volta che ci si accosta al Concilio Vaticano II, si impara qualcosa. Gaudium et spes offre uno sguardo di fede sulla storia e sul mondo, frutto della certezza che lo Spirito agisce sempre e consente di guardare la vita sociale con occhi nuovi. Non fa eccezione il n. 26, che affronta la questione del bene comune. Non è un tema nuovo per la storia del pensiero cristiano, perché è già presente nella primitiva comunità cristiana e trova nei secoli continui approfondimenti. Quando Pietro e Giovanni alla Porta Bella del Tempio di Gerusalemme rispondono alla richiesta di elemosina di uno storpio con il miracolo di rimetterlo in piedi («Alzati e cammina!») e riconsegnarlo alla società, si capisce che il cristianesimo ha a cuore la dignità della persona (At 3,1-10). La risposta non assistenziale spiazza il paralitico stesso, ma mette in chiaro di quali miracoli la comunità cristiana è capace: ridare fiducia e consegnare alla vita. Ecco perché Gaudium et spes 26 si conclude con una ammissione di debito evangelico. Il fermento del Vangelo di Gesù Cristo suscita nel cuore dell’essere umano un’esigenza di dignità che non conosce freni. È come se dall’incontro con Cristo trasudasse solo pienezza di vita.
La fede alimenta uno sguardo che mette al centro la persona. Questa affermazione è ripetuta un milione di volte dagli studiosi della dottrina sociale della Chiesa, tanto da rischiare di rimanere lettera morta, felice astrazione, vuota retorica. In realtà, significa partire dalla condizione concreta di ciascuno. Come hanno fatto Pietro e Giovanni in quel miracolo: la Chiesa impara a percorrere le strade del mondo intercettando la sete di vita che affiora da ogni esistenza. Ciò significa che anche la comunità cristiana di ogni tempo deve prendere sul serio la domanda di dignità che emerge dal cuore di ciascuno. Si pensi a chi è senza lavoro, a chi è perseguitato, a chi subisce le conseguenze delle guerre, a chi è povero, umiliato e colpevolizzato, a chi si sente solo, a chi è rimasto orfano di ragioni per vivere, a chi non può esercitare la libertà religiosa, a chi è abusato, sfruttato e violentato…
Gaudium et spes 26 esplicita tre punti cardine di questo servizio ecclesiale: il bene comune, la famiglia umana, la persona.
Il bene comune è «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente». È indicato al primo posto in coerenza con quanto papa Francesco scrive in Evangelii gaudium: «il tutto è superiore alla parte» (EG 234-237). La riflessione sociale cristiana è debitrice alla teologia di Tommaso d’Aquino, che ha pensato una visione armonica della società, non appiattita sui bisogni del singolo, ma equilibrata intorno alle relazioni che costituiscono l’umano. Il bene comune non è una cosa concreta, ma un insieme di condizioni che consentono alle persone di fiorire, di dare voce alle proprie aspirazioni in una tensione continua per la crescita della società. Un esempio: una coppia che mette al mondo un figlio risponde a un’esigenza interna del loro amore ma realizza anche il bene di tutta la società. Il bene comune è dato dalle condizioni che rendono possibile tutto questo, ossia favorire il sogno di chi si ama di avere accesso a una casa, poter lavorare, poter fare economia, contare su servizi pubblici quali scuole, sanità, welfare…
In secondo luogo, lo sguardo non può essere miope, ossia ripiegato sulla propria nazione, religione o cultura, ma deve saper ragionare in termini di “famiglia umana”. Negli anni Sessanta, quando fu elaborato questo testo, si trattava di un’importante novità anche per la Chiesa. Fino ad allora ci si era appiattiti sull’Occidente: i problemi erano analizzati con l’occhio di chi era più ricco, trascurando i Paesi in via di sviluppo. La Guerra fredda aveva fatto vedere la realtà in modo distorto, come se l’unico problema da risolvere fosse il disgelo tra Est e Ovest. Si trattava, invece, di accorgersi anche dell’abisso tra Nord e Sud, con un colonialismo in grande spolvero, incapace di riconoscere la dignità dei popoli. Il Concilio ha abituato a ragionare in termini di famiglia umana, superando le tentazioni nazionalistiche e particolaristiche. È cambiato tutto. Si pensi a come quest’attenzione abbia trasformato il pensiero sulla destinazione universale dei beni, come ha insegnato Paolo VI nella Populorum progressio. Nessun popolo deve garantire standard elevati di consumi sfruttando le risorse di altri.
Il terzo passaggio è il riconoscimento della dignità della persona umana, «i cui diritti e doveri sono universali e inviolabili». Perché ciò avvenga, Gaudium et spes inserisce un elenco di beni a cui l’uomo deve poter accedere: cibo, vestito, casa, lavoro, educazione, informazione, scelta dello stato di vita e di fondare una famiglia, reputazione, rispetto della coscienza… Un lungo elenco che ovviamente ogni epoca deve poter aggiornare. Infatti, oggi possiamo aggiungere il diritto e dovere di crescere nella pace, la libertà di movimento, la possibilità di vivere in un ambiente sano dal punto di vista ecologico e sociale, l’accesso alle risorse energetiche… Per queste ragioni, «l’ordine delle cose deve essere subordinato all’ordine delle persone e non l’inverso»: un principio sempre attuale e che si può dimenticare facilmente ogni volta che le persone diventano strumentali a logiche di potere.
In conclusione, come realizzare questo progetto sociale? Gaudium et spes 26 esplicita la necessità di rinnovare la mentalità e la scelta di «intraprendere profondi mutamenti della società». In sostanza, significa pensare a una Chiesa che non subisce gli eventi della storia, non vive di lamentele e rassegnazione, ma abita le novità con fede. Il cambio di mentalità è una conversione continua. Per rispondere alle trasformazioni della vita sociale occorre lasciarsi condurre dallo Spirito di Dio. San Paolo nella lettera ai Romani chiede di non conformarsi alle logiche del mondo, ma di lasciarsi trasformare rinnovando il proprio modo di pensare, per «discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). La richiesta dei padri conciliari è di uscire dalla logica della ripetizione del «si è sempre fatto così» per cogliere le risposte pertinenti all’umanità del proprio tempo. Davvero l’esigenza di dignità della persona è senza freni: lo chiede il Vangelo di Gesù Cristo.

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