Gaudium et spes e la dimensione sociale della Teologia Morale

Apriamo il nuovo anno con un nuovo approfondimento sulla Costituzione pastorale Gaudium et spes, in particolare dei nn. 23-32. Fra Gabriel Mihoc si interroga su quale risonanza abbia oggi la dimensione sociale dell’annuncio cristiano, quali siano le sfide contemporanee che la teologia morale deve affrontare in tema di bene comune, partecipazione e rapporti tra Chiesa e società.

Fra Gabriel Mihoc è nato nel 1997 a Frumoasa, un piccolo paesino nel nord-est della Romania nella provincia di Bacău. Dopo un tempo di discernimento a conclusione degli studi liceali, inizia il percorso formativo con i frati cappuccini della Romania. Nel 2017 inizia la sua formazione nelle fraternità della Collaborazione Interprovinciale dei Cappuccini del Mediterraneo e poi prosegue gli studi filosofici in Romania. Emette la professione perpetua il 29 settembre 2024 e, avendo completato gli studi filosofici nel postnoviziato interprovinciale di Campobasso prosegue la formazione accademica presso l’Istituto di Santa Fara, dove attualmente frequenta il IV° anno. Ha vissuto diverse esperienze di servizio a Lampedusa, e nella fraternità di Bari – S. Fara è referente della Caritas parrocchiale.

 

L’anniversario della Costituzione conciliare Gaudium et spes ha suscitato in me alcune domande in riferimento all’approccio rinnovato che la teologia morale sociale ha assunto a partire proprio dai numeri 24-32, dedicati a “La comunità degli uomini, capitolo secondo della parte prima intitolata “La Chiesa e la vocazione dell’uomo.

L’indole comunitaria della persona e l’interdipendenza tra «perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società» (n. 25) sono state per la consapevolezza ecclesiale e teologica della Chiesa una novità nel modo di intendere il suo rapporto con la società.

 

Quali possono essere i punti cardine di una ricerca teologico-morale a servizio della società? Come possiamo promuovere concretamente il bene comune? Quale responsabilità e partecipazione compete ai cittadini ed in particolare ai credenti?

Alla domanda di Fra Gabriel, questa settimana, risponde il prof. Gianpaolo Lacerenza, che richiama alla socialità come paradigma fondamentale del vivere cristiano di fronte all’odierno contesto individualista.

L’APPORTO DELLA GAUDIUM ET SPES (nn. 23-32) PER UNA TEOLOGIA MORALE A SERVIZIO DEL SOCIALE
Gianpaolo Lacerenza, frate minore cappuccino della Provincia di Puglia, della quale è ministro provinciale, ha conseguito la licenza e il dottorato in teologia morale presso l’Accademia Alfonsiana di Roma. È docente di teologia morale sociale presso l’Istituto Teologico Regina Apuliae e l’Istituto teologico Santa Fara della Facoltà Teologica Pugliese.
La socialità: principio fondativo del vivere cristiano

Il principio teologico fondativo della socialità, attinto dalla Rivelazione, è focalizzato nelle parole della Gaudium et spes: «Dio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro con animo di fratelli» (GS, 24). Tutti, dunque, credenti e non credenti sono chiamati al medesimo fine che è Dio stesso. La socialità, allora, visibilmente caratterizzata dal moltiplicarsi dei mutui rapporti (mutuae necessitudines, n. 23), non è un fenomeno funzionale del vivere insieme, un paradigma tecnico in vista di fini pragmatici, ma ha un valore strutturale di tipo antropologico e teologico.

Alla pertinente domanda di Gabriel Mihoc risponderemo in questo mese a più voci e vorrei porre come chiave di lettura dei nn. 23-32 la comprensione della persona nella sua indole comunitaria, espressione concreta del principio comunionale della Trinità che nella luce di Cristo è stato rivelato.[1] La valenza comunionale della persona e delle sue relazioni sociali sono la novità strutturale che da una parte ribadiva il patrimonio dottrinale della Chiesa e dall’altra però lo rilanciava in una prospettiva di linguaggio e di visione decisamente nuova. Il valore fondativo dell’essere in comunione, legati da vincoli fraterni perché figli di un unico Dio dice chiaramente che «la socialità umana non è frutto di movimenti istintivi o di altri fattori culturali, ma è frutto dell’opera libera e consapevole delle persone».[2]

Dunque la teologia morale in ambito sociale, quando intende praticare la lettura dei segni dei tempi sub Evangelii luce interpretandi (cf. n. 4), non può allora prescindere da questo itinerario teologico e pastorale che i sopracitati numeri dettano. Non si tratta solo di una questione di contenuti che riguarda la ricerca etica in campo sociale, ma soprattutto lo stile che specifica il dato propriamente teologico a servizio della comunità degli uomini incarnata in una storia salvifica. I passaggi sono:

  • l’indole comunitaria dell’umana vocazione (n. 24);
  • l’interdipendenza della persona e della società (n. 25);
  • il bene comune e la dignità della persona (n. 26);
  • le conseguenze pratiche, quali: il rispetto della persona (n. 27), il rispetto e l’amore per l’avversario (n. 28), il dovere di riconoscere la fondamentale uguaglianza di tutti (n. 29), il dovere di superare l’etica individualistica (n. 30), il senso di responsabilità verso sé stessi e la comunità, l’attiva partecipazione (n. 31), l’incarnazione del Verbo e la santificazione delle relazioni umane (n. 32).

Preso atto di questo percorso, che ha saputo coniugare il principio comunionale trinitario che struttura la persona e il principio relazionale antropologico-cristologico che struttura il vivere comunitario, ritengo che per l’oggi la Gaudium et spes ci consegni un criterio teologico-morale molto importante: l’interdipendenza della persona e della società. Tale interdipendenza è il prolungamento sociale di quella reciprocità di coscienza posta al cuore del n. 16, che affonda le sue radici nella vita e nello stile di Gesù. «Dall’indole sociale dell’uomo – annota GS al n. 25 – appare evidente come il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società siano tra loro interdipendenti (ad invicem pendere)». Per il pensiero sociale cristiano la dignità umana e la corresponsabilità del vivere sociale, appunto l’interdipendenza tra persona e società, sono diventate sempre più il tracciato di valore esponenziale per la maturità della persona e per il senso di giustizia e di uguaglianza di una società.[3]

 
L’odierna sfida a uscire dall’individualismo

L’interdipendenza è nel discernimento teologico-morale un criterio valido da declinare soprattutto in questo contesto culturale, politico ed economico ripiegato sulla più negativa esaltazione della persona come individuo e sulla decostruzione costante del vivere sociale, quale pericolo e minaccia per la libertà e la realizzazione del singolo. L’interdipendenza, proprio perché riguarda il cammino di compimento della persona e lo sviluppo della società, è un appello morale per il singolo e per la comunità che non può essere trascurato nelle tensioni conflittuali che spesso si vanno a creare nelle nostre società. Afferma Giovanni Ancona a tal proposito:

«Le istituzioni della società devono considerare la persona umana come realtà pervasiva del loro darsi ed esprimersi, mentre, dall’altra, la persona umana, proprio perché inerente la concreta fisionomia della società e perché la socialità le appartiene in quanto indole propria, deve altrettanto darsi ed esprimersi in una rete di relazioni costruttive, fraterne, doverose»[4].

Domenico Barrilà nel suo libro Individualisti si cresce. Come rovini la vita di tuo figlio e di chi gli sta intorno, lascia affiorare con estremo realismo tutto il condizionamento che una società di adulti egocentrici provoca nei bambini e nei ragazzi, i quali crescono nello scollamento delle relazioni con se stessi e con gli altri:

«L’individualista, la creatura che scaturirà da segnali educativi sbagliati, sarà una persona che fatica ad annidarsi tra i propri simili. Nella maggior parte dei casi, in verità non lo desidera nemmeno perché non si sente all’altezza del prossimo neanche quando simula il contrario, oppure è davvero convinto di essere qualche gradino sopra gli altri, dunque, in modo attivo o passivo, finirà per attentare all’interesse comune. Del resto, chi non si sente parte di qualcosa non proverà alcun interesse a tutelarlo»[5].

Speriamo che la lezione della Gaudium et spes apra frontiere di fraternità, superando quell’«etica individualista» (cf. n. 30) che già sessant’anni fa veniva denunciata e che resta attuale perché molti cristiani separano la propria fede dall’impegno di vita sociale, tradendo la logica dell’incarnazione e non confidando nel necessario aiuto della grazia, la quale suscita, sostiene e motiva il comandamento dell’amore per l’edificazione di una sempre più giusta e solidale interdipendenza.

 

 

[1] Cf. F. Brancaccio, Antropologia di comunione. L’attualità della Gaudium et spes, Rubettino, Soveria Mannelli (CZ) 2006, 134-140. Per un approfondimento ulteriore cf. C. Caltagirone, «Il pluralismo delle relazioni e la sua incidenza per una comprensione dell’umano», in C. Aiosa – R. Gambardella (a cura di), Sessant’anni di Gaudium et spes. Una ri-scrittura, EDB, Bologna 2025, 79-106.

[2] G. Ancona, «Parte I. La Chiesa e la vocazione dell’uomo. Introduzione e commento», in S. Noceti – R. Repole (a cura di), Commentario ai Documenti del Vaticano II. Gaudium et spes, EDB, Bologna, VIII, 213.

[3] Cf. E. Palladino, Gaudium et spes. Storia/Commento/Recezione, Studium, Roma 2013, 168-176.

[4] G. Ancona, «Parte I. La Chiesa e la vocazione dell’uomo. Introduzione e commento», 220.

[5] D. Barrilà, Individualisti si cresce. Come rovini la vita di tuo figlio e di chi gli sta intorno, Feltrinelli, Milano 2024, 46-47.

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