Gaudium et spes 48: una rivoluzione da incarnare nei tempi della storia

A conclusione del nostro approfondimento mensile, presentiamo il terzo ed ultimo contributo, i cui autori sono una coppia di coniugi cristiani, Barbara Baffetti e Stefano Rossi, i quali raccontano armonizzando quanto proviene dal magistero, dalla loro storia personale e dal loro servizio ecclesiale, la novità di Gaudium et spes n. 48.

Barbara Baffetti e Stefano Rossi sono sposati dal 1994. Hanno quattro figli, tre che condividono con loro il cammino del quotidiano e Rachele, la primogenita, che è già in cielo. Sono impegnati da oltre vent’anni nel servizio alla famiglia, in particolare alla famiglia in crisi e/o separata, presso il Centro Familiare Casa della Tenerezza della diocesi di Perugia. Sono stati responsabili della Pastorale Familiare della Regione Ecclesiastica dell’Umbria e da ormai cinque anni sono i collaboratori di padre Marco Vianelli nell’Ufficio Cei di Pastorale per la Famiglia e la Vita. Barbara è formata come conduttrice di Gruppi di Parola a sostegno dei figli che vivono la ferita della separazione dei genitori.

La domanda di suor Giulia è veramente preziosa, perché ci permette di indagare, non solo dal punto di vista teologico, il nuovo sguardo sul legame sponsale offerto dal Concilio Vaticano II. Sono passati sessant’anni e cambiamenti storici, culturali e psicologici hanno investito la coppia e la famiglia. Inevitabilmente, se non vogliamo che l’azione pastorale resti sganciata dalla realtà, dobbiamo provare a riflettere su come quello sguardo, già allora rivoluzionario, debba aprirsi a un’ulteriore nuova consapevolezza anche dal punto di vista esistenziale.

Interpreti del sogno di Dio, tra gratificazione degli affetti e cura della relazione

Il n. 48 di Gaudium et spes ha rappresentato un punto di svolta nella visione cattolica del matrimonio, una rivoluzione copernicana che ha spostato l’accento, dal solo aspetto procreativo, a un’attenzione significativa sull’amore coniugale. Tale rivoluzione era assolutamente auspicabile, un dono di cui, sia come coppia che come operatori di pastorale familiare, siamo profondamente grati. Infatti è chiaro che, come detto da papa Francesco, è su questo amore «esclusivo e libero» che si fonda la possibilità di realizzare contemporaneamente il bene integrale di ciascuno dei due sposi e anche quell’alleanzanel “noi” capace di testimoniare al mondo il modo di amare di Dio. Quella conciliare ci pare sia dunque una riflessione sull’amore umano che ha finalmente un respiro ampio, che sa del soffio dello Spirito Santo. È una vera chiamata per gli sposi a interpretare pienamente il “sogno di Dio” sul proprio amore. Vorremmo sottolineare tra l’altro che nel documento non si parla semplicemente di amore, ma di «autentico amore coniugale». Una chiamata alta, una vocazione in forza del sostegno dello Spirito, ma anche un richiamo a custodire e attenzionare il sentimento che lega gli sposi. L’amore, tuttavia, oggi più che mai vive di sollecitazioni importanti dovute alla complessità del nostro tempo. Capita dunque che, nonostante la tanta attenzione alla dimensione affettiva ed emotiva delle relazioni, non ci sia di contro una solida consapevolezza della forza dirompente delle stesse emozioni e dei sentimenti. «Un amore autentico», così come definito nel documento conciliare, chiede una solida maturità affettiva personale e di coppia che non possiamo dare per scontata. Chi lavora con e per le famiglie sa bene che tale maturità a volte si raggiunge dopo che ci si è sposati e questo rende più fragile l’amore. Il rischio di cadere nel sentimentalismo, e quindi nell’interpretare la relazione solo dal proprio sentire emotivo, è particolarmente presente nel nostro tempo. Una fragilità che non è scandalosa, ma che deve essere attenzionata, consapevolizzata per intraprendere il giusto cammino di coppia. D’altra parte, sempre nel n. 48, Gaudium et spes ricordava anche il «dovere coniugale e familiare» come impegno ineludibile per gli sposi. Sessant’anni fa, in un contesto culturale e relazionale significativamente diverso, il magistero conciliare sottolineava di fatto il connubio che rende solida ogni relazione: l’intreccio virtuoso tra dimensione affettiva e dimensione etica, tra gratificazione degli affetti e cura del legame. Ci sentiamo di dire, dunque, che il documento non manca di restituire ciò che anche le scienze umane sottolineano da tempo: una relazione affettiva dovrebbe essere fondata da un equilibrio armonioso tra i due poli. Solo così l’amore, seppur fragile, diventa autentico, e il “noi” è capace di alleanza e di resilienza nelle difficoltà. Il sacramento diviene allora nutrimento e fortificazione dell’umano, possibilità di luminosa vitalità, rendendo noi sposi capaci di partecipare all’amore di Dio e al suo sogno. La rivoluzione del Concilio Vaticano II, dunque, interpella l’azione comunitaria e pastorale oltre che la morale.

Chiamati a “stare nel familiare” oggi

Il magistero vive e si incarna in tempi differenti e cambiamenti culturali epocali, chiedendo necessariamente nuova formazione e nuovi strumenti pastorali a sostegno delle coppie e delle famiglie. Oggi è il tempo della cura dei legami, della formazione degli sposi perché sappiano affrontare il trascorrere degli anni, interpretando con flessibilità e dinamicità creativa le varie stagioni di un cammino sponsale. È il momento, per la pastorale, di dare sostegno alla generatività, perché la fecondità matrimoniale espressa anche nel dono dei figli, viva l’equilibrio tra unione, comunione e missione. Bisogna accompagnare le coppie di sposi perché sappiano proiettare al futuro il “noi” e coloro che ne sono di fatto il frutto e il bene più grande. Papa Francesco, nel capitolo nono di Amoris laetitia – dedicato alla spiritualità coniugale –, ha detto esplicitamente che la vita di una famiglia «è come un pascolo misericordioso dove ognuno scrive con delicatezza nella vita dell’altro». Questo richiamo alla scrittura e ad una narrazione tenera, fonte di fioritura per i membri della famiglia, ci pare bellissima, e quando se ne fa esperienza nel quotidiano del familiare, si prova la meraviglia che solo il dono dell’amore gratuito sa dare. È questa meraviglia nella fragilità che la Chiesa deve saper annunciare, senza scandali e pregiudizi. Stare nella realtà familiare, per accompagnare il familiare è il vero richiamo etico che ci arriva, dalla Guadium et Spes fino ai documenti più recenti. Ci sembra dunque importante che nella nota del Dicastero per la Dottrina della fede, Una caro, approvata da Leone XIV, al n. 56 ritroviamo echi di quanto detto dal suo predecessore, quando si sottolinea che l’unione sponsale «esige la crescita costante dell’amore: “l’amore matrimoniale non si custodisce prima di tutto parlando dell’indissolubilità come di un obbligo, o ripetendo una dottrina, ma fortificandolo grazie ad una crescita costante sotto l’impulso della grazia. L’amore che non cresce inizia a correre rischi, e possiamo crescere soltanto corrispondendo alla grazia divina mediante più atti di amore, con atti di affetto più frequenti, più intensi, più generosi, più teneri, più allegri”. L’unità matrimoniale non è solo una realtà che deve essere sempre meglio compresa nel suo senso più bello, ma anche una realtà dinamica, chiamata a uno sviluppo continuo. Come afferma il Concilio Vaticano II, il marito e la moglie “sperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono”. Perché “il meglio è quello che non è stato ancora raggiunto, il vino maturato col tempo”».

Da sposi e da famiglia in cammino con altre famiglie sogniamo dunque una Chiesa sempre più capace di donare la speranza di questo vino maturato con e nel tempo.

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