Gaudium et spes e il cambio di paradigma

Il secondo contributo di questo mese viene offerto dal prof. Giovanni Del Missier, il quale, rispondendo alla domanda posta la scorsa settimana da suor Giulia, rimarca la caratteristica svolta personalistica che avviene, dopo un faticoso percorso, con la Costituzione conciliare.

Giovanni Del Missier, presbitero dell’Arcidiocesi di Udine, ha conseguito la licenza e il dottorato in Teologia morale presso l’Accademia Alfonsiana di Roma e il Master di II livello in Bioetica presso l’Istituto “Giovanni Paolo II” in collaborazione con l’Istituto di Bioetica dell’Università Cattolica del S. Cuore di Roma. Docente stabile straordinario presso l’Accademia Alfonsiana di Roma e invitato presso la Pontificia Università Lateranense e la Facoltà Teologica del Triveneto, è autore di diverse pubblicazioni, tra le quali ricordiamo le più recenti: Le forme dell’amore. Un confronto teologico tra le principali confessioni cristiane (con Basilio Petrà e Letizia Tomassone), Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2023 e La morale può cambiare? Alla ricerca di nuovi paradigmi per l’etica sessuale (con Roberto Massaro), Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2025.

 

Un “paradigma” personalistico

L’alternativa tra svolta e continuità proposta da suor Giulia a proposito della concezione del matrimonio presente nella costituzione conciliare Gaudium et spes, nn. 47-52, può non emergere immediatamente dalla lettura di un lettore contemporaneo. A distanza di tanto tempo dalla pubblicazione del testo, infatti, il suo contenuto può sembrare scontato e assolutamente normale; tuttavia, per comprendere appieno la portata innovativa che ha avuto nel campo della teologia morale occorre scomodare una categoria mutuata dalla filosofia della scienza, cioè il “cambio di paradigma” (Thomas S. Kuhn) perché proprio di questo si tratta. Fino ad allora, nonostante le timide aperture all’agostiniano ordo caritatis di Casti connubii (1930) e le concessioni di Pio XII al piacere coniugale come realtà creaturale, la cornice di comprensione tradizionale della sessualità, del matrimonio e della famiglia era improntata a categorie ontologico-sostanzialiste dal forte accento naturalistico, elaborate attraverso schemi di chiaro impianto giuridico-canonico. Basti pensare al linguaggio di origine paolina con cui si designava la sessualità coniugale come debitum, alla definizione di matrimonio come ius in corpus perpetuo ed esclusivo e alla strategia pastorale per gestire le crisi coniugali irreversibili che nella chiesa latina consiste in un procedimento legale che punta a individuare l’eventuale vizio che rende nullo/invalido il vincolo contratto. Il passaggio a un paradigma di comprensione di tipo marcatamente personalistico rappresenta, pertanto, un’autentica rivoluzione copernicana che introduce accenti inediti in tutto l’impianto teologico e nel discorso ecclesiale.

 

Nuovi accenti nella comprensione di matrimonio e famiglia

Per prima cosa, l’esperienza della famiglia nel mondo contemporaneo è riletta alla luce della concezione del matrimonio come istituto dell’amore coniugale, ri-donando centralità al grande assente della tradizione, cioè alla relazione interpersonale tra i coniugi che diviene il nucleo pulsante di ogni possibile discorso intorno al nostro tema, al punto da modificare il linguaggio stesso: non si parla più di contratto, ma di alleanza; non si parla più di oggetto del consenso, ma di mutuo donarsi e riceversi delle persone; non si parla più di fine primario (procreazione ed educazione della prole), ma di molteplici fini coessenziali tra i quali spicca la dimensione unitiva, relazionale, affettiva dei coniugi che non perde il suo valore neppure nella malaugurata ipotesi che i figli, pur desiderati, tardino ad arrivare.

Scompare anche la famigerata ombra di sospetto che da secoli gravava sulla pur legittima e ordinata sessualità coniugale e che chiedeva, almeno nella vulgata catechistica, la necessità di scusare il suo esercizio se non con la procreazione, almeno con il remedium concupiscientiae. Anche se con un linguaggio ormai desueto e oltremodo prudente si giunge (finalmente) a riconoscere la bontà di fondo della sessualità nel matrimonio in quanto “linguaggio corporeo” efficace e adeguato per esprimere la relazione affettiva, capace di farla crescere e sviluppare verso la piena felicità degli sposi: «Gli atti coi quali i coniugi si uniscono in casta intimità sono onesti e degni; compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano ed arricchiscono vicendevolmente nella gioia e nella gratitudine gli sposi stessi» (GS, 49). Per affermazioni più esplicite e decisamente più comprensibili, tuttavia, bisognerà attendere altri 50 anni: «Dio stesso ha creato la sessualità, che è un regalo meraviglioso per le sue creature» (Amoris laetitia, 150).

In questo quadro rinnovato, infine, trova spazio anche il riconoscimento della legittima responsabilità procreativa dei coniugi, chiamati a essere non semplici esecutori di un compito naturale inevitabile, ma piuttosto cooperatori attivi dell’amore del Creatore e (quasi)interpreti della sua chiamata a divenire genitori in forma consapevole e responsabile, esercitando il proprio discernimento sia nel senso di accogliere una nuova vita con generosa disponibilità, sia di rimandare la generazione della prole per motivi chiaramente non superficiali (cfr. GS, 50-51; Humanae vitae, 10).

Eredità e prospettive

Tutte queste acquisizioni teologiche vanno lette e comprese a partire dalle vicende che le hanno precedute almeno a partire dal sec. XIX e che mettono chiaramente in luce la presenza di una crisi originata dalla inadeguatezza manifesta dell’annuncio ecclesiale tradizionale nell’affrontare tali questioni in termini significativi, cioè capaci di comunicare il contenuto salvifico della Rivelazione cristiana in un contesto socio-culturale profondamente mutato. Infatti, è anche grazie alle acquisizioni del romanticismo e dello sviluppo della famiglia nucleare borghese, alle scoperte della funzione dell’inconscio e delle dinamiche delle pulsioni sessuali nella formazione della psiche e della personalità adulta, alle ricerche della fenomenologia sulla percezione della proprio identità corporea e alla consapevolezza delle valenze comunicative e relazionali della sessualità che la teologia cattolica ha potuto incominciare a introdurre, non senza fatica, nuovi accenti e sottolineature per rinnovare la sua elaborazione sistematica e ripensare l’annuncio della “buona notizia” su matrimonio e famiglia, secondo forme adeguate e significative per le donne e gli uomini di oggi. Essi chiedono di essere trattati come interlocutori adulti, riconoscendo un ruolo centrale alla loro coscienza morale personale, che deve essere affiancata de accompagnatori preparati, da compagni di viaggio che permettano a ciascuno, passo dopo passo, di vivere la bellezza delle relazioni intime secondo il progetto di Dio, che sempre vuole la piena felicità dei suoi figli e figlie.

Come si vede, si tratta di un lavoro impegnativo e affascinante ancora tutto da svolgere, senza rimpianti per un mitico passato che non è mai esistito nella realtà, poiché non c’è possibilità di tornare indietro e il Vangelo chiede di essere annunciato qui ed ora. Ovviamente, come in ogni cambio di paradigma la sua introduzione iniziale è solo una promessa carica di buoni auspici. Essa chiede di essere sviluppata sistematicamente e di esser messa in pratica perché porti frutti di amore per la vita del mondo: questo è il compito che viene affidato a noi, che del concilio siamo i figli.

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